La lezione delle primarie Pd

(...) Di Basso ho già detto tutto il bene che potevo dire. E il fatto che abbia non sconfitto, ma annichilito, Sergio Cofferati e le sue truppe liguri, è la prova che gli elettori - anche quelli del Pd, persino quelli del Pd ligure e genovese, verrebbe da dire - non si bevono tutto quello che vogliono far bere loro. E capiscono che uno che non ha corso per il secondo mandato da sindaco a Bologna «per stare vicino alla famiglia e a mio figlio», poi non è credibilissimo se poi si fa eleggere eurodeputato e poi magari corre per la segreteria regionale del partito e poi magari qualcos’altro...
Di Bersani, conservo questa frase del comizio di Sestri. Un flash di pochi minuti in un discorso di mezz’ora abbondante, certo. Però è già qualcosa. Soprattutto, è già qualcosa l’autocritica alla ricerca di «alcune correzioni da fare per essere un grande partito democratico», non necessariamente con la maiuscola. «La destra vince nel popolo, questo non possiamo sopportarlo - ha spiegato Bersani in piazza Baracca - Non si vince se non si torna al popolo». E ancora: «Occorre rifiutare il populismo, non siamo il partito di un uomo solo. Ma popolare significa che deve piacerci la gente, anche quella che guarda Retequattro». E sono parole devastanti, soprattutto per chi ha guidato il Pd fino ad ora, con una puzzetta sotto il naso costante e, soprattutto, con l’idea fissa di essere migliore degli altri, della maggioranza degli italiani.
Il cerchio magico genovese di Bersani, poi, si è concluso ieri con l’annuncio del ritorno di un nostro concittadino a colonna sonora del Pd: «Adesso, da segretario, riprenderò la Canzone popolare di Ivano Fossati». E anche qui, significativamente, è il caso di ricordare (che, a parte un riconoscimento della Provincia), Genova ha sempre dimenticato e snobbato Ivano. Preferendo dare premi e riconoscimenti a gente che piace alla gente che piace.
Insomma, pare strano dirlo, mi sento come Fonzie quando deve chiedere scusa e dice «scu, scu, scu...» prima di riuscire ad articolare la frase intera, non prima di aver deglutito sei o sette volte. Ma, stavolta, c’è qualcosa da imparare anche dal Pd. Ed è il rispetto per il popolo. Soprattutto da parte di un partito che ce l’ha addirittura nella ragione sociale.
Stavolta, hanno ragione gli uomini di An che ammirano le code di gente che ha versato i due euro per votare alle primarie del Pd. Li si potrà considerare pazzi, nel senso che non si farebbe mai niente di simile. Ma non li si può sbeffeggiare, nè tantomeno sottovalutare.
E così condivido (cosa che mi capita raramente) le parole di Flavia Perina, deputato del Pdl e direttore del Secolo d’Italia, quando scrive: «Confessiamo di aver provato un po’ di invidia, domenica sera, vedendo le code ai seggi del Pd e le auto in doppia fila degli elettori dell’ultimo minuto», invitando anche i suoi ad accettare la sfida del radicamento sul territorio. Parole ribadite da un altro ultrà finiano come Carmelo Briguglio: «Le primarie del Pd non sono da imitare o trasferire nel Pdl, ma sono certamente un meccanismo di partecipazione e di selezione della classe dirigente con cui il Pdl è utile che si confronti, con attenzione e rispetto».
Ricetta perfetta. Se non si vuole far impazzire la maionese nel nostro campo, cadendo nell’errore diametralmente opposto a quello del Pd fino a domenica.
Lontano dal popolo non si vince. Mai.
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