Cazzata: secondo la fin troppo accorta, algida, quasi surreale definizione fornita dal Gabrielli, trattasi di «comportamento o frase dalla stupidità sconcertante» ovvero, ma in subordine, di «errore madornale». Notoriamente, il termine ha circolato a lungo unicamente per vie (o autostrade) orali, in conclavi privati o privatissimi. Fuori da famiglie e pulpiti e auditoria e schermi. Termine seminascosto, infognato: borborigmo verbale devastante quanto a efficacia assertoria ma da usare con attenzione solo in presenza di sodali, simili, amiconi. O nel corso di alterchi, dialoghi degenerati in risse verbali. O in losche cantilene, filastrocche. O durante soliloqui.
Cesare Zavattini, va sempre ricordato, deflorò ritegni, pudori e similgalatei quando, in un giorno a suo modo memorabile, per primo pronunciò via radio (di stato) le cinque lettere che ne formano il termine-radice. Ma, cauto o scafatissimo provocatore, emesse un favoloso «ozzac», non altro. Altri tempi. Adesso, la parola è stata sdoganata, è emersa, attende definitiva cittadinanza nella lingua standard, oltre che nelle suburre verbali. Lo attestano, tra laltro, recenti articoli sul nostro e altri giornali, in varie pagine e rubriche. Eppure, ora osservo come il dizionario interno del mio pc (quello preposto a sottolineare in rosso le parole italiane malscritte o inesistenti) me la segnala (o me la censura?) come errore. Lo stesso accade con puttanata. E con pirlata, e bischerata, e cavolata. E, ovviamente, con il degenerativo e pecoreccio fregnaccia. Tutto questo, invece, non avviene nel caso di: scemenza, sciocchezza, idiozia, paralogismo, assurdità, pacchianeria, sbaglio, svarione, stupidaggine, cretineria, cretinata, distrazione.
Indizi, tracce che la cazzata vive ancora sotto una luce grigiastra e rigida, censoria: è etichettata come eufemismo, parolaccia, porcheria orale. Forse per questo scriverla e pronunciarla mantiene ancora qualcosa di liberatorio, anarcoide, eslege. Perché, concettualmente, la cazzata è vicina, vicinissima al lapsus (calami, linguae ecc). E dunque ci lavora linconscio: come ai sogni. E, come nei sogni, anche nelle cazzate linconscio si libera, decomprime. Regalandosi immagini, raffigurazioni, mappature di sé, e dunque nuovi, favolosi, percorsi verbali.
La liberazione dellinconscio? Inizia per «c»
Segui Il Giornale su Google Discover
Scegli Il Giornale come fonte preferita
Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.