Liberi i marinai italiani Frattini: «Mai pagato un riscatto ai pirati»

Il giorno dopo la liberazione dell’equipaggio del «Buccaneer», il rimorchiatore italiano sequestrato quattro mesi fa dai pirati somali nel golfo di Aden, l’ipotesi del pagamento di un riscatto continua a far discutere. Già domenica notte, subito dopo il lieto fine della vicenda, il ministro degli Esteri Franco Frattini era stato chiarissimo: non è stato pagato un centesimo, i pirati si sono ritirati perché sottoposti a pressioni, la liberazione dei sedici marinai, dieci dei quali italiani, è il frutto di un lavoro paziente e straordinario a livello istituzionale e di intelligence. Ma mentre i marinai italiani, che stanno tutti bene, sono in viaggio per Gibuti (dovrebbero essere a casa entro Ferragosto), dalla Somalia un presunto pirata di nome Aden ha sostenuto il contrario, arrivando a fornire dei dettagli: «Abbiamo ricevuto un riscatto di quattro milioni di dollari e abbiamo liberato il rimorchiatore italiano, che è già partito: stavamo contando i soldi ieri sera». Solo una vanteria, ha replicato l’inviato speciale della Farnesina per le emergenze umanitarie Margherita Boniver, che ai primi di maggio ha incontrato le autorità somale in una missione intesa a favorire la liberazione dei marinai del Buccaneer, giunta poi a buon fine. E Frattini ha aggiunto ironicamente di comprendere che «una liberazione senza riscatto rovina il business della pirateria».
Non è solo il nostro ministero degli Esteri a smentire le pretese dei pirati somali. Silvio Bartolotti, presidente di Micoperi e armatore della «Buccaneer», conferma quanto dichiarato da Frattini. «Ammesso e non concesso che qualcuno abbia parlato con i pirati, perché mai questi avrebbero dovuto rivelare di avere eventualmente tanto denaro in mano? Per poi così magari rischiare che qualcuno cerchi di prenderglielo con la forza». Nel giorno della liberazione del rimorchiatore, Bartolotti ha ripercorso le fasi del sequestro, lamentando «la difficoltà di trovare interlocutori affidabili», spiegando che «si è subito scatenata una pioggia di proposte di intermediazione da parte di una quantità di soggetti e studi legali stranieri che assicuravano o millantavano contatti diretti». Ma a complicare non poco le cose c’è stata anche «la situazione politica e sociale di un’intera regione, in cui non è chiaro nemmeno chi dipenda da chi e chi governi su chi». Poi le lunghe attese, i rimandi e silenzi che ricominciavano anche dopo che era assicurata una soluzione positiva entro poche ore. Bartolotti nega con decisione le accuse rivolte al «Buccaneer» di voler sversare rifiuti tossici nelle acque somale: servivano unicamente a «fornire un alibi demagogico al sequestro per lucro».
La fine dell’incubo del «Buccaneer» è arrivata nella tarda serata di domenica, a quasi quattro mesi dal sequestro avvenuto nelle acque del golfo di Aden lo scorso 11 aprile.
A bordo della nave italiana, diretta a Singapore, c’erano 16 uomini di equipaggio: dieci italiani, cinque romeni e un croato. Dirottata verso le coste del Puntland, regione settentrionale della Somalia di fatto quasi indipendente, è finita in una delle baie dove la fiorente industria del sequestro di navi custodisce le proprie prede. La prigionia è stata lunga e penosa, con poco cibo e acqua a disposizione (uno dei marinai italiani ha raccontato di aver perso dieci chili di peso) e la saltuaria consolazione di una telefonata alle famiglie in Italia. Il nostro governo, intanto, lavorava con le autorità di Mogadiscio e con quelle del Puntland, chiedendo ai media di occuparsi il meno possibile della vicenda per favorirne il finale positivo. Pochi giorni prima della liberazione, il contatto telefonico decisivo con il premier somalo Sharmarke, al quale è stato assicurato e ribadito il sostegno italiano nella difficile situazione della lotta contro le milizie integraliste islamiche.
Il lieto fine è stato improvviso e imprevisto per le stesse famiglie dei sequestrati, ma grazie a un costante lavoro diplomatico e di intelligence la situazione era rimasta sotto controllo. «Non abbiamo mai temuto per la sorte dei nostri connazionali perché eravamo sempre in contatto con le autorità del governo somalo», ha chiarito il ministro Frattini ieri sera al Tg4.

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