L'uomo traballa ma non molla. Anzi. Si rilassa nelle linee, ma nei numeri tiene. "La stagione del menswear italiano si apre a Firenze con Pitti Uomo e prosegue a Milano con la Milano Fashion WeekUomo, confermando il ruolo centrale del nostro Paese come luogo di dialogo tra creatività, industria e identità", esordisce Carlo Capasa, presidente della Camera della Moda nel primo giorno delle sfilate milanesi. Milano raccoglie il testimone da Firenze e si allinea alla visione ottimistica prospettata dal ministro delle imprese Adolfo Urso all'esordio di Pitti per l'anno 2026 che dovrebbe segnare la svolta in positivo del settore. "Il menswear continua a rappresentare un comparto strategico per il sistema moda italiano - fa notare Capasa - mostrando segnali di resilienza e una solidità che rafforzano la competitività del Made in Italy a livello globale. Ci confortano i dati del 2025 che hanno visto l'industria maschile performare sugli stessi livelli dell'anno precedente. I primi dati di affluenza di Firenze e Milano ci lasciano ben sperare per il prosieguo della stagione". Una visione che appartiene anche l'amministratore delegato di Pitti Immagine, Raffaello Napoleone che si definisce "ottimista seppure con i piedi per terra". A porte di Pitti ormai chiuse, guarda ai numeri - quasi tredicimila presenze di cui cinquemila buyer dall'estero che eguagliano il 2025, ma più del 2024 - e fa notare quanto sia riduttiva "la tendenza a valutare questo tipo di manifestazioni in base ai numeri. A parte il fatto che nei primi due giorni tra i corridoi non si camminava, quello che conta - sottolinea - è lo stato d'animo di compratori e espositori, in base al quale posso dire è stata una delle migliori edizioni in assoluto". E, tanto per dare un numero era la numero 109. Perché? È chiaro: "Abbiamo imparato che quando ci sono i periodi di crisi come questo, una manifestazione come Pitti è indispensabile per pianificare, per incontrarsi, per capire come reagire a situazioni di mercato complesse". Ecco perché una conferma dei numeri in tempi come questi di tensioni internazionali e mercati cauti, ha un valore che si avvicina a un più invece che a un uguale. "Le questioni geopolitiche sono tante e ancora aperte, non so in che termini di consumi si ripartirà in maniera totale. Hanno chiuso 26mila negozi negli ultimi tre anni. Ma c'è una grande volontà di produttori e distributori di riattivare il mercato. E questo è quello che si è respirato a Pitti. Quindi il mio è un messaggio positivo". Non solo. "C'è il fenomeno del second hand, diventata parte integrante del sistema manifatturiero, in grande crescita. Dai 195 miliardi del 2024 si prevede di arrivare a 350 miliardi nel 2029. Oltre ai mercati emergenti. La moda è il termometro più sensibile del fenomeno sociale. E questo è momento di grande dinamismo sia nella fase della produzione che della distribuzione. La moda è nevrile, come i purosangue che hanno capacità di reazione straordinaria in momenti complessi come questo, rispetto a situazione granitica di qualche anno fa". Da qui "motion", movimento il tema di Pitti. Che arriva fino a Milano dove è partito ieri con i suoi 76 appuntamenti, con 18 sfilate fisiche e 7 digitali, 36 presentazioni, 3 presentazioni su appuntamento e 12 eventi. E una prima volta eccellente "per lui", come quella di Ralph Lauren oltre a Domenico Orefice, e Victor Hart, e il ritorno in calendario delle sfilate di Zegna e DsQuared2. "Ho iniziato con una cravatta, anche se per me non si è mai solo trattato di una cravatta ma di uno stile di vita - ha detto lo stilista - Quando ho iniziato a disegnare le mie collezioni uomo mi sono ispirato alla tradizione senza tempo, senza mai esserne vincolato. Quello che creo prende vita nei vari mood che propongo. La Collezione Fall 2026 si ispira a diversi stili di vita di un uomo, all'individualità e al gusto personale dell'uomo moderno.
L'eleganza disinvolta di Purple Label e lo spirito preppy rivisitato di Polo riflettono esattamente i miei mondi, ciò in cui credo". In un'epoca dove è pressante la richiesta di schieramenti continui, l'uomo si prende tutto il suo tempo per (ri)definirsi. E per una volta è l'abito che libera l'uomo.