Nonni revolution

Sono morti soli, nei letti degli istituti. E soli sono tutt'ora. Troppo pericoloso farli uscire, andare a trovarli. Gli anziani, durante questa pandemia, stanno mostrando tutte le loro fragilità

Sono morti soli, nei letti degli istituti. E soli sono tutt'ora. Troppo pericoloso farli uscire, andare a trovarli. Gli anziani, durante questa pandemia, stanno mostrando tutte le loro fragilità. Così come le sta mostrando il sistema per assisterli. Da ripensare e correggere, al di là dell'emergenza di quest'anno.

A giugno il comitato di esperti guidato dal manager Vittorio Colao lo ha detto chiaramente: «È necessario studiare un'alternativa al ricovero in Rsa e residenze diurne tramite progetti di vita indipendente per persone con disabilità, minori, anziani, persone con disagio psichico».

E un paio di mesi più tardi il ministro alla Salute Roberto Speranza ha nominato una commissione speciale per creare le nuove Rsa, spiegando che «i mesi del Covid hanno fatto emergere la necessità di un profondo ripensamento delle politiche di assistenza sociosanitaria per la popolazione più anziana. La commissione aiuterà le istituzioni ad indagare il fenomeno e a proporre le necessarie ipotesi di riforma».

Il gruppo di lavoro, eterogeneo e «originale», ha già suscitato qualche polemica, soprattutto da parte degli addetti ai lavori della terza età, perché sembra che finora nulla sia stato fatto quando invece il Piano della cronicità, approvato dalla conferenza Stato Regioni del 2016, aspetta di essere tradotto in pratica da quattro anni (ma ormai sa tanto di carta da buttare).

LA SQUADRA DEI VISIONARI

Alla guida della squadra che dovrà ridisegnare l'assistenza sanitaria e sociosanitaria degli anziani c'è monsignor Vincenzo Paglia, Gran cancelliere del Pontificio Istituto Teologico per le Scienze del matrimonio e della famiglia. Se può sembrare strano che una personalità ecclesiastica sia a capo di una commissione ministeriale nominata dal ministro alla Salute, è lo stesso arcivescovo a spiegare che l'idea nasce proprio da lui «per risolvere le contraddizioni del sistema di assistenza degli anziani», a cominciare dalla durata della vita: la scienza ha investito a tal punto che è riuscita a far vivere gli anziani fino ai 90-100 anni ma altrettanti passi avanti non sono stati fatti dalle strutture che si devono occupare di loro e dal sistema che li deve accogliere, abbandonando le persone (e le famiglie) da sole ad affrontare le problematiche della terza età.

Ecco, quei passi vanno fatti al più presto, anche perché, in base alle proiezioni dell'Istat, la popolazione degli over 75 è destinata a raddoppiare nei prossimi anni e quella degli over 85 arriverà ad aumentare del 62%.

Tra i membri del gruppo ci sono giuristi, tecnici, professori universitari ma anche personaggi che difficilmente si immaginerebbero attorno a un tavolo del genere. Le nuove Rsa vedranno infatti il contributo di Edith Bruck, poetessa di 88 anni, reduce dall'Olocausto e a fianco del marito malato di Alzheimer per anni, e Maite Carpio, regista spagnola che ha già lavorato con la comunità di Sant'Egidio di monsignor Paglia. «Ho voluto formare una squadra di visionari, oltre al lavoro dei tecnici serve questo per immaginare il futuro dei nostri anziani e per integrarli nella vita della città e in quella dei giovani».

Primo punto su cui la commissione sta lavorando: fotografare la realtà, disordinata, delle strutture per anziani (molte piccole e sommerse) e uniformare il sistema di accreditamento secondo criteri rigidi e uguali in tutto il Paese. Dopo di che, si valuterà l'ipotesi di «rimpicciolire» le Rsa, creando comunità per anziani con 120 posti al massimo (contro i 400-500 di oggi), più gestibili e umane, e favorendo il co-housing in realtà che potrebbero assomigliare a quelle delle case famiglia dei minori. Inoltre si sta pensando di concentrare i nuovi istituti nei centri storici, soprattutto nei paesi, per integrarli e rivalutare spazi che altrimenti andrebbero dimenticati. E anche per aprirli ai cittadini, magari con ambulatori specifici per i problemi della terza età.

«Per questo tra le prime audizioni - spiega monsignor Paglia - ho voluto incontrare i rappresentanti degli urbanisti. L'idea è quella di non costruire le residenze nei terreni agricoli fuori dalle città, ma nel loro cuore, per aprirli a tutti».

Da potenziare anche l'assistenza domiciliare e il servizio di trasporto, per fare in modo che gli anziani possano frequentare i centri diurni tornando a casa loro la sera. Le Rsa e affini insomma non dovranno solo rivolgersi ai 300mila ospiti di adesso, in prevalenza non autosufficienti, ma aprire le porte all'intera popolazione di anziani. Contando che gli over 75 sono 7 milioni e che tanti di loro erano già soli prima delle restrizioni da Covid, il lavoro da fare è immenso. «Il nostro scopo è favorire la transizione dalla residenzialità ai servizi erogati sul territorio - spiega Nerina Dirindin, professoressa associata di Economia pubblica e politica sanitaria all'Università di Torino e ex direttrice generale del ministero della Sanità - e fare in modo che ci sia continuità nell'assistenza. Vogliamo fare in modo che le Rsa diventino davvero l'alternativa migliore per un anziano e non la soluzione ordinaria perché non ci sono alternative».

I PUNTI DA CORREGGERE

Mai le residenze per anziani sono state travolte da una crisi grave quanto quella in epoca Covid: 10mila morti solo nella prima ondata di pandemia, blocco degli ingressi dei nuovi ospiti, spese immani per recuperare dispositivi di protezione e adeguare gli istituti alle norme di emergenza. Il tutto si è tradotto in conti in rosso e in case di riposo che rischiano la chiusura. Per di più gli istituti hanno assistito alla fuga degli infermieri, attirati più dai bandi e dagli stipendi degli ospedali e sono in seria difficoltà.

Ma ci sono vizi di sistema che risalgono a ben prima dello scorso febbraio. Innanzitutto perché il 10-12% degli ospiti delle strutture potrebbe avere forme di assistenza alternative e non far parte dei malati non autosufficienti che non hanno altra scelta e vanno accompagnati nel percorso di fine vita. Come mai? «In quindici anni - spiega Franco Massi, presidente dell'Uneba, l'unione nazionale delle istituzioni e delle iniziative di assistenza sociale - negli ospedali ci sono sempre meno posti letto per i pazienti acuti, al momento 215mila. Di fatto le persone che un tempo finivano nei reparti di geriatria per degenze molto lunghe, ora vanno nelle Rsa. Gli istituti hanno sostituito gli ospedali, non solo in tempo di Covid. Ma adesso il vecchio modello non va più bene. Al posto delle maxi strutture servono comunità più contenute e umanizzate. E poi è fondamentale potenziare l'assistenza a domicilio: è ancora sperimentale ma deve essere consolidata».

PROGRAMMARE LA TERZA ETÀ

Ora che esiste una nuova commissione delegata ad affrontare il problema, fioccano le richieste da parte degli operatori del settore, anche per tornare ad equiparare gli istituti per gli anziani alle strutture sanitarie, ruolo che di fatto hanno svolto in questi ultimi mesi. «Le Rsa - commenta Carlo Marazzini, direttore sanitario dell'istituto «La Provvidenza» di Busto Arsizio, Varese - non devono più essere considerate un luogo di fine vita ma un passaggio in cui accompagnare l'anziano in un recupero funzionale. Inoltre non dobbiamo più lavorare solo su casi acuti ed emergenze: questo mette in difficoltà le famiglie, che da un giorno all'altro non sanno più come gestire l'assistenza. Piuttosto programmiamo: sappiamo a priori a che percorso va incontro un malato cronico, che sia diabetico o cardiopatico, quindi dobbiamo impostare una presa in carico, prevedendo dei momenti in cui gli viene prestata assistenza domiciliare, altri in cui viene assistito in struttura per qualche tempo, magari nel periodo del post ricovero in ospedale. È fondamentale che ci sia continuità».

L'obbiettivo è far tornare a casa gli anziani il più possibile, quando ci sono le condizioni per farlo. E non lasciare le famiglie abbandonate a se stesse o in balia di badanti cercate con il tam tam tra vicini di casa. «L'ideale - aggiunge Marazzini - sarebbe istituire degli sportelli, degli hub dove le famiglie si possono rivolgere per valutare, con medici e sanitari, tutte le esigenze della persona e le singole situazioni. Solo così si può indirizzare alla scelta migliore e mettere in atto terapie preventive prima che la situazione degeneri e vada affrontata in regime di emergenza». E far vivere ai nostri nonni tutta la dignità di quegli anni in più che la scienza ha conquistato per loro.

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