La linea del Pd è «vota e stai zitto» Cancellata la libertà di coscienza

«Se fai il parlamentare del Pd non puoi decidere solo in nome della tua coscienza». Pier Luigi Bersani, perlomeno, non si nasconde. Queste parole le ha pronunciate in un’intervista, su Panorama, qualche settimana fa. Non ci sono dubbi. Non ci sono incertezze. Tutto il dibattito sul testamento biologico, sull’etica, su ciò che resta della morale si ferma qui. Il partito ha una coscienza, l’uomo qualche volta può farne anche a meno. Voti e stia zitto. Chi decide sulla vita e sulla morte? Il partito. Ci sono temi, raccontavano una volta, in cui l’uomo fa i conti con se stesso. Non c’è mediazione. Non c’è appartenenza. Non c’è militanza. C’è solo la tua coscienza. Ma nel Pd tutto questo sta diventando un problema politico serio. È per questo che Bersani, che teme la concorrenza di un pasdaran laico come Ignazio Marino, ha fatto quattro salti nel passato, ai tempi più oscuri del centralismo democratico. Serrare le fila. Parigi val bene una messa (laicista).
Nel Pd in questi giorni si parla tanto di libertà di coscienza e tutti quelli che vogliono fare carriera fanno a gara per dire che non è poi così importante. Marino fa Marino. È un partito nel partito. È il campione dell’eutanasia. È una Binetti rovesciata. Nessuna sorpresa. Franceschini ci ripensa e cancella Veltroni: «Fino a poco tempo fa su questi temi c’era solo la libertà di coscienza, in pratica significava che ognuno votava come voleva. Ora i tempi sono maturi per un passo ulteriore. Il Pd deve decidere». La Serracchiani è quasi filosofica e fissa i limiti: «La libertà di coscienza non è un lenzuolo che si può tirare a volontà».
Tutto questo fa un po’ di tenerezza. Il Pd s’improvvisa una sorta di Agorà, dove l’obiettivo primario è dimostrare che la libertà di coscienza è davvero libera solo se corrisponde alla volontà del partito. C’è un po’ di Rousseau (la volontà generale), qualche finezza alla Tommaso D’Aquino (la libertà è seguire il bene) e tanto bel vecchio marxismo-leninismo. Un cocktail che potrebbe perfino apparire interessante se non servisse a uno scopo di bassa politica, regolare i conti con i dissidenti e con quella manciata di ex margheritini che sulla pillola abortiva e sull’eutanasia sente ancora le sirene dei vescovi.
Qualche tempo fa Veronesi, Camilleri, Flores D’Arcais e Rodotà hanno scritto su Micromega una lettera a Franceschini. È una sintesi del clima che si respira nel Pd. Si parla di «libertà di coscienza». E loro spiegano perché va limitata, con un sofisma: «Se venisse presentato un disegno di legge che proibisce il culto ai protestanti valdesi e obbliga gli ebrei a battezzare i propri figli sarebbe pensabile, per un partito che prenda sul serio la Costituzione, lasciare i propri parlamentari liberi di votare secondo coscienza?». Ecco. Questo è il problema del Pd. I suoi intellettuali pensano che chi dice no a eutanasia e aborto sia un talebano cattolico. E nel partito sono in tanti a pensarla così.
Come dice Bersani non si può annacquare troppo il vino. Il Pd del futuro ha bisogno di certezze e poi, sarà colpa di Di Pietro o dell’antiberlusconismo come religione, l’aria che si respira è sempre più giacobina. E la questione etica come sempre si porta dietro, a destra come a sinistra, la tentazione delle crociate. È quello che sta accadendo. In questi casi c’è sempre una vittima sacrificale sotto cui accendere un fuoco, metaforico. È toccato a Dorina Bianchi, che siede per il Pd nella Commissione sanità del Senato. Cosa ha fatto Dorina? Ha detto sì a una indagine sugli effetti della pillola Ru486. Qui è in ballo la scelta se si può abortire con una pastichetta oppure no. È una scelta difficile. La verità assoluta non c’è. Per qualcuno l’aborto è un omicidio, per altri una necessità. È una storia che va avanti da anni e anni e anni. La pillola aiuta o peggiora le cose? La risposta non è mai scontata. È appunto in casi come questo che un parlamentare si tira fuori dal partito, si guarda allo specchio e dice sì o no. Risultato. Come sottoscrive Ignazio Marino «Dorina Bianchi ormai è un problema oggettivo per il Pd».
La stanno processando. Se una siede in commissione, è l’accusa, non rappresenta se stessa ma l’opinione del partito. Quindi, ha esagerato. Niente libertà di coscienza. Ma la senatrice Bianchi non viene dal nulla. Ha una storia. Tutti conoscono le sue idee. Chi l’ha messa lì? È questa ambiguità che non funziona più. È la politica della doppia morale. È mettere insieme Dorina e Ignazio e poi farlo diventare un problema. È questo pendolo che oscilla tra il «pensiero granitico», il minestrone elettorale e quel che resta del nulla.