L'intramontabile vodka resta l'anima del popolo

Con Putin il consumo di alcol è calato dell'80% Ma il liquore rimane un simbolo. Pure nei musei

Felice Modica

da San Pietroburgo

Negli ultimi cinque anni, il consumo di alcol in Russia ha registrato una flessione dell'80%; quello di vodka del 20%, come ha recentemente affermato il ministro della Salute Veronika Igorevna Skvortsova. Si tratta di un autentico capolavoro di Vladimir Putin, che è riuscito nell'impresa non scontata di attuare un'efficace campagna contro l'alcolismo conservando e, anzi, accrescendo l'enorme prestigio personale. Con la materia si era scontrato Gorbacev il quale, oltre ad attuare lo smantellamento del Pcus aveva proibito la vendita dell'alcol. Come già Nicola II. Per l'ultimo zar c'era stata la rivoluzione nel 1917; per Gorbacev quella del '91 Ovviamente Putin sa che la vodka, in Russia, è molto più di un semplice distillato di cereali: è espressione dell'anima del popolo, cura i mali del corpo e soprattutto quelli dello spirito. Sebbene il presidente non ami i superalcolici (non ama in generale perdere il controllo) ma preferisca le birre tedesche, ci sono molte foto che lo ritraggono, per questioni di protocollo, nell'atto di brindare col liquore nazionale, al pari di tutti i capi di Stato che lo hanno preceduto. Lo si può notare anche a San Pietroburgo, la sua città, all'interno del Russian Vodka Museum, al numero 4 di Konnogvardeyskiy Bul'var, un tiro di schioppo dalla Cattedrale di Sant'Isacco. «Noi non vogliamo ciambelle! Portaci una pecora intera. E vodka in abbondanza. Non la vodka ingentilita da strane fantasie dell'oste, ma quella pura; vodka schiumante, che soffia e ribolle come una pazza». Sono le parole di Nikolai Gogol, qui liberamente tradotte, a introdurre il menu del ristorante, pertinenza del museo. Qui si racconta la storia della «piccola acqua». Vodka è infatti diminutivo di vodà, acqua e rimanda a un'idea anticorussa di acqua come base di tutte le bevande oltre che a una forma vezzeggiativa sopravvissuta in parole come pàpka e màmka, papà e mamma. Per il lettore italiano che desiderasse approfondire, c'è Storia della vodka di Vìl'jam Vasìlevic Pochlebkin. Scritto nel 1979, è fondamentale perché servì all'allora Unione Sovietica ad aggiudicarsi un arbitrato internazionale conclusosi nel 1982. Era accaduto che l'amica Polonia, nel 1977, aveva rivendicato la paternità della vodka. La minaccia, in primo tempo sottovalutata dai russi, cominciò a prendere corpo, a tal punto da prospettarsi, addirittura, il divieto per la V/O Sojuzplodoimport, ente sovietico per il commercio estero dei prodotti agricoli, di commercializzare e pubblicizzare distillati col nome di vodka. Di fronte all'arbitro internazionale, a Urss e Polonia fu assegnato un limite di tempo per la ricerca dei documenti che consentissero di fissare data e luogo di nascita della bevanda. I dirigenti sovietici, come s'è già detto, sottovalutarono il problema, limitandosi a incaricare alcuni bibliografi di passare al setaccio le pubblicazioni di carattere storico e la letteratura specializzata sulla produzione di distillati. Dopo sei mesi, però, non essendo approdati a nulla, si rivolsero all'Istituto di Storia dell'Accademia delle Scienze e all'Istituto per la ricerca sui prodotti di fermentazione, ottenendo solo risposte formali. Quando tutto sembrava perduto, ecco Pochlebkin, col suo libro polifonico scritto nella primavera del '79 che spazia dalla linguistica all'analisi delle fonti documentarie economico-fiscali, alle condizioni storiche per la comparsa del prodotto. Grazie a esso, l'Urss, nel 1982, si vede riconosciuta l'invenzione della vodka e il diritto esclusivo a pubblicizzarla sul mercato mondiale con lo slogan Only vodka from Russia is genuine Russian vodka! «Soltanto la vodka proveniente dalla Russia è autentica vodka russa».

Ma veniamo al nostro piccolo, speciale museo, che offre una efficace sintesi della storia della bevanda, che ha inizio coi commercianti genovesi i quali, alla fine del secolo XIV, introducono i distillati alla Corte degli zar. Segue col monaco Isidoro che, nel monastero di Chudov, a Mosca, distilla il cosiddetto «vino-cereale». Quindi con l'oligopolio della nobiltà russa, fonte di enormi profitti, le prime bettole del XVI secolo, sotto Ivan Il Terribile; ancora, il monopolio istituito da Pietro I, coi cui proventi si finanziano flotta e armamenti. Le vicende del distillato si incrociano con la vita socio economica della Russia. Pietro il grande, pur finanziando lo Stato con la vendita di alcol, combatte l'alcolismo con molto sense of humour. Una sua idea, ad esempio, la cosiddetta «medaglia dell'ubriachezza», di 6,8 kg, da appendere al collo dell'ubriaco per una intera settimana, o la «coppa della giustizia»: enorme calice di cristallo da far bere al condannato pieno di vodka. Leggenda vuole che un giorno l'angelo della fortezza pietroburghese di Pietro e Paolo si piegasse e tutti pensassero a un presagio di sventure. Un carpentiere coraggioso, allora, si arrampicò fin sulla vetta raddrizzandolo. Come ricompensa chiese l'autorizzazione permanente di bere a scrocco, ovunque e a piacimento. Fu accontentato ma, sempre ubriaco, si faceva derubare o smarriva il permesso dello zar. Che, stanco di duplicarlo, gli ordinò di farselo tatuare sul collo, con tanto di aquila bicefala. Così, quando al carpentiere veniva voglia di bere, sollevava la testa schioccando la lingua e mostrando il tatuaggio. In Russia, ancor oggi, «schioccare la lingua» vuol dire prendersi una sbornia

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