L'Italia è federale per natura. È l'ora di prenderne atto

L'unificazione forzata continua a fare danni

L'Italia è federale per natura. È l'ora di prenderne atto

Ci fu un tempo - non lontanissimo - in cui una vera «questione Nord-Sud» ancora non esisteva. La storia musicale della prima metà del Settecento, ad esempio, fu caratterizzata dal trionfo di due scuole, quella veneziana e quella napoletana, che hanno dato un contributo cruciale. Ascoltare i concerti di Antonio Vivaldi o le sonate di Domenico Scarlatti significa entrare in una civiltà nella quale i molteplici colori dell'Italia potevano esprimersi appieno. Vi era una comune koinè (perché scambi e intrecci erano ricorrenti), ma al tempo stesso ognuno poteva essere se stesso.

Quando l'Italia fu conquistata dai Savoia e unificata anche da plebisciti fasulli, oltre che da un processo di nazionalizzazione che culminerà nel fascismo, essa è stata snaturata. Si è pure adottato un modello del tutto astratto di «società decente», a cui ogni parte della penisola doveva uniformarsi: anche se questo poteva comportare il dissolvimento di tratti essenziali. All'indomani del 1861 il socialista Pierre-Joseph Proudhon rileverà come quell'uniformità calata dall'alto stesse negando la realtà: soffocando il diritto di ogni popolazione ad amministrarsi da sé. Aggiunse che l'Italia era per sua natura federalista, e quindi variegata e plurale. Ovunque l'ideologia nega le diversità: da noi è stato il misticismo statolatrico mazziniano di tanti risorgimentali a portarci dentro una convivenza forzata che ha moltiplicato le incomprensioni, le tensioni, le ingiustizie. Se è sempre una buona cosa che ogni comunità sia di piccole dimensioni e si governi da sé, costretta a confrontarsi con le altre e ad allearsi con quanti possono contribuire ad assicurare la difesa, questo è ancor più vero per un'Italia che è stata segnata da una lunghissima storia di autonomie. Molte delle popolazioni che hanno popolato la penisola (dai greci ai celti, agli etruschi, ma anche le stesse popolazioni germaniche) hanno sempre pensato la comunità entro una logica locale e, in seguito, cittadina. E infatti l'Italia medievale fu una costellazione di comuni con caratteristiche assai difformi.

Se oggi torniamo a riflettere sul contrasto Nord-Sud dobbiamo capire che esso esiste perché siamo stati cacciati a forza dentro un'Italia malamente unificata, quasi una copia minore della Francia prefettizia. Ma ora l'irruzione del virus ha obbligato a fare i conti con il fatto che le epidemie colpiscono sempre in maniera assai diseguale le società, anche se il Palazzo ha cercato di adottare soluzioni uniformi per problemi diversi: come se Milano fosse nella medesima situazione dell'Umbria, come se la Lucania fosse stata colpita quanto la Bergamasca. Il Covid-19 ha dunque finito per ricordarci che esistono - ed è bene che sia così! - tante Italie disparate, che per questa ragione hanno bisogno di trovare un assetto istituzionale che conceda a ognuna di loro di dotarsi delle regole adeguate. L'attivismo dei presidenti regionali e dei sindaci ha provato a interpretare questa necessità di rispondere alle differenti domande di cura e intervento, tutela della salute e necessità di ripartire. Lo stesso schema oppositivo, che contrappone il Settentrione e il Mezzogiorno, lascia il tempo che trova. In effetti, esistono vari Nord: il Tirolo che fa storia a sé, il Veneto erede della Serenissima e di una tradizione politica più che millenaria, Trieste quale universo del tutto peculiare, e via dicendo. E al tempo stesso ci sono molti Sud diversissimi e talune realtà - certamente la Sardegna, probabilmente anche la Sicilia - che non sono nemmeno riconducibili a quella dimensione, dato che le isole hanno sempre specificità proprie.

La volontà di edificare un'unica legislazione unitaria e un potere sovrano sempre più invadente, nonostante l'esistenza di comunità così dissimili e desiderose di essere libere, ha generato questa reciproca diffidenza e tale fatica nel confrontarsi. Per superare questa situazione c'è allora bisogno di ripensare tutto con coraggio. Vi è la necessità di un nuovo patto costituente che veda protagonisti i territori: che lasci alle spalle la carta attuale e ci restituisca un ordine istituzionale più plurale, differenziato, rispettoso di tutti.