Lotta a sinistra per espugnare il "Grinzane"

Scontro per la conquista dell’ex impero di Giuliano Soria: da una parte l’ala romana dell’intellettualità di Capalbio, dall’altra le vestali della tradizione azionista piemontese. E in mezzo Mercedes, la "zarina" che governa il Piemonte. Una fazione spara il nome di Travaglio. Ma l’altra ha l’arma segreta: un uomo della Bresso nel cda

Lotta a sinistra per espugnare il "Grinzane"

Il castello di Grinzane Cavour, la reggia da cui si estendeva nel mondo, dalle Langhe alle Russie, l’impero economico-culturale di Giuliano Soria, è da mesi assediato dalle armate intellettuali progressiste. Con i suoi ricchi feudi letterari, politici, finanziari e salottieri, il Grinzane - al saldo dei debiti e delle inchieste giudiziarie - rappresenta una conquista strategica per l’egemonia eno-gastronomica della Sinistra.

Un obiettivo particolarmente sensibile per la Regione Piemonte, la cui governatrice Mercedes Bresso alla corte di Giuliano Soria è sempre stata accolta come una «zarina», sia per gli stretti rapporti politici ed economici fra le istituzioni (i generosi finanziamenti che il Grinzane riceveva dalla Regione), sia per gli affettuosi legami personali e letterari tra i vertici (gli inviti che la Bresso riceveva da Soria).
Inizialmente la Regione, nume tutelare e finanziario del premio Grinzane, ha mandato in avanscoperta il suo esploratore, il presidente della Fondazione per il Libro Rolando Picchioni, l’ente che gestisce il Salone internazionale del Libro di Torino diretto da Ernesto Ferrero. Ma per la Regione avere un unico referente per tutte le imprese culturali del territorio, dal Salone al Grinzane, sarebbe stato imbarazzante, oltre che pericoloso. Ipotesi liquidata. Come «bottino di guerra», Picchioni avrà dalla Regione un premio internazionale legato alla cultura e al territorio del Piemonte.

Intanto, quest’estate, è arrivata la prima offerta formale per il Grinzane, presentata dall’avvocato romano Gianni Aringoli, presidente della Fondazione Epokè e patron del premio Capalbio: per rilevare il know how, il logo, le attrezzature e - soprattutto - l’archivio della struttura messa in piedi da Giuliano Soria in oltre 25 anni di pubbliche relazioni, Aringoli ha messo sul piatto 300mila euro. Abile e intelligente personalità della sinistra «di Capalbio e di potere», nuovo proprietario degli Editori Riuniti (storica casa editrice del Pci a lungo agonizzante e ora sull’orlo del rilancio con nuovi titoli di Marco Travaglio e Vauro...), l’avvocato Aringoli pur non vergognandosi di professarsi fondamentalmente di sinistra non disdegna di apparire quando serve il più possibile «terzista», al pari del suo vecchio compagno di scuola Paolo Mieli, con il quale fondò il premio Capalbio. Tanto «terzista» che per il suo (eventualmente) Grinzane ha già in mente un comitato scientifico che va da Marco Travaglio e Piergiorgio Odifreddi fino al nostro Paolo Granzotto. Il quale però forse declinerà l’invito... Comunque, la generosa offerta di Aringoli è stata accolta con glaciale freddezza dal mondo culturale e politico torinese. Nessuno, sinceramente, desidera che a mettere le mani (e il naso) nei riservati affari piemontesi sia un avvocato romano domiciliato all’Ultima spiaggia.

Molto meglio, semmai, un referente non per forza danaroso e prestigioso, ma «fidato»: più a dimensione regionale e più «condizionabile» (absit iniuria verbis). E così, a sorpresa (?), qualche giorno fa è spuntata la candidatura della Fondazione Bottari-Lattes che ha sede a Monforte d’Alba ed è guidata da Caterina Bottari Lattes, vedova dello scrittore, pittore e editore «irregolare» Mario Lattes. Un’istituzione che non sarà forse dotata di ingenti risorse economiche, né - a cercare in Internet e a consultare qualche ben informato addetto ai lavori torinese - significativi eventi culturali alle spalle, ma che possiede tutti i crismi di una ben radicata cultura politica «azionista» piemontese. Insomma, una fondazione che anche a Torino nessuno conosce (o confonde con una quasi omonima «Fondazione Lattes» che ha sede in città), delle cui iniziative culturali nessuno ha memoria, e probabilmente senza una lira. Ma che può contare - e non è poco - sull’appoggio della Regione. Quando la governatrice Mercedes Bresso ha saputo - a sorpresa (?) - della candidatura e delle dichiarazioni della signora Caterina Bottari Lattes («Se la cosa si farà, e credo che si farà, il premio non uscirà dal Piemonte») ha benedetto l’iniziativa con la formula di rito: «L’interesse manifestato è un’ottima risposta al nostro appello al territorio affinché fosse la società civile e culturale del Piemonte a salvare un simbolo come il Premio Grinzane Cavour». Spazzando via in un colpo solo le geograficamente illegittime ambizioni dell’avvocato Aringoli che sognava un premio con i piedi nelle Langhe e la testa in Maremma, e aprendo il portone del castello di Grinzane agli intellettuali d’azione della Fondazione Bottari Lattes, che sognano un premio col portafoglio a Torino e la mente nelle Langhe.

Nel suo consiglio d’amministrazione brillano autorevoli intellighenzie della cultura piemontese come Giorgio Bàrberi Squarotti, Albina Malerba, Maria Rosa Masoero e - ma questa è davvero una sorpresa (!) - Rolando Picchioni, presidente della Fondazione per il Libro di Torino. Che ha commentato: «L’interessamento da parte della Fondazione Bottari Lattes è la dimostrazione che gli investimenti in cultura su questo territorio non si sono dissolti nel nulla». Non avevamo dubbi.