Macaluso: la Stampa mi silura grazie a un “alto” dirigente Pd E i sospetti cadono su Fassino

RomaGli elementi per un intrigante film noir ci sono tutti. Una Torino gelida e un po’ fumosa sullo sfondo. Una vittima illustre: uomo brillante dalla schiena dritta, capace di scelte coraggiose e controcorrente. E naturalmente il colpevole, l’insospettabile, l’assassino classico del giallo. Abile ma non abbastanza da non lasciare dietro di sé tracce sufficienti a farlo riconoscere. Il titolo potrebbe essere: «“Chi ha fatto fuori Emanuele Macaluso?». Il principale sospetto è invece Piero Fassino, anche se gli indizi a suo carico sono solo due e, come diceva Sherlock Holmes, per avere una prova ce ne vogliono almeno tre.
A svelare la trama è la stessa vittima che, dopo aver ricoperto il ruolo di dirigente politico e sindacale, esser stato deputato, senatore e pure direttore dell’Unità, negli ultimi tempi si dedica al giornalismo come direttore delle Nuove ragioni del socialismo ed anche come editorialista della Stampa. Ed è proprio qui che comincia il giallo, narrato in prima persona dallo stesso Macaluso, che da parecchio tempo non scrive più per il quotidiano torinese. Come mai? «Il nuovo direttore della Stampa, Mario Calabresi, quando mi chiese di scrivere un articolo mi disse anche che era lieto di incontrarmi per conoscerci e discutere come organizzare la mia collaborazione. Da allora silenzio assoluto», scrive Macaluso sulla sua rivista. A quel punto il giornalista decide di scrivere una lettera al direttore della Stampa per chiedere chiarimenti. Pur ritenendo «giusto» che un direttore non confermi necessariamente le collaborazioni avviate dalla precedente direzione, Macaluso chiede però di non essere lasciato nel «limbo», concludendo la lettera con la conferma della stima per Calabresi. A quanto racconta lo stesso Macaluso, però, non ha mai ricevuto risposta dal direttore della Stampa. Perché? Qui Macaluso fa un’ipotesi, fornendo così anche il primo indizio, nel raccontare di un colloquio avuto con il precedente direttore della Stampa, Giulio Anselmi. Fu proprio Anselmi, racconta Macaluso, a dirgli che «un autorevolissimo esponente del Pd aveva manifestato il suo disappunto per la mia collaborazione con la Stampa» ma che Anselmi «non tenne nessun conto del lamento». È sulla base di questo precedente che in Macaluso matura una convinzione. Non è che «l’imbarazzato silenzio del nuovo direttore è dovuto all’intervento di autorevoli dirigenti del Pd che democraticamente non tollerano la mia firma nel quotidiano torinese?», si chiede il giornalista. «Il mio - precisa Macaluso - è un dubbio dovuto al fatto che non c’è un’altra spiegazione», vista l’abituale cortesia di Calabresi.
Il giallo intriga Liberal, il quotidiano di Ferdinando Adornato che due giorni fa pubblica la storia, aggiungendo però la domanda cruciale: chi è l’alto dirigente del Pd? Macaluso si limita a ripetere «un alto dirigente». E qui arriva il secondo indizio: alto come dirigente o un dirigente molto alto, nel senso dei centimetri?
La storia appare sempre più ghiotta e se ne interessa pure Dagospia che come di consueto ci mette del suo, osservando che un alto dirigente del Pd torinese è anche un habitué della Stampa, che lo intervista spesso e volentieri, pure nel giorno in cui Liberal pubblica l’articolo su Macaluso. Potrebbe essere questo il terzo indizio? Quello decisivo? Per Dagospia evidentemente sì ed infatti spara il nome: Piero Fassino, alto dirigente e dirigente alto di Torino. Elementare Watson.
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