Macché dossier su An, pubblicò già tutto l'Espresso nel 2001

Feltri si è riferito a un fatto conosciuto: nell’indagine sulle squillo a Montecitorio si parlava anche di un cliente leader del centrodestra

Nessun dossier, niente ricatti. Non c’è nulla di misterioso nelle carte processuali oggetto del durissimo scontro politico di queste ore. Si tratta di documenti giudiziari «pubblici», che il Giornale è riuscito a visionare in più tranches, e con non poche difficoltà, vista l’ermetica chiusura adottata da chi, solitamente, non si fa problemi a consegnare atti di procedimenti penali ormai chiusi da anni.
Nessun dossier, dunque. Ma atti noti. Stranoti agli addetti ai lavori. La vicenda in argomento, anticipata da questo stesso giornale alla fine del giugno scorso con riferimento a un giro di escort che si esibivano anche dentro Montecitorio e che riguardava il cosiddetto «clan D’Alema» (erano coinvolti personaggi vicinissimi all’ex premier, non ultimo quel Roberto De Santis tornato oggi di moda per l’amicizia con l’imprenditore barese Gianpaolo Tarantini) a onor del vero non l’ha tirata fuori il Giornale, bensì l’Espresso, nel 2001 sotto al titolo «onorevoli prestazioni». In due pagine, assemblate con foto scattate di nascosto dalla polizia alla maitresse romana che gestiva le squillo impegnate a fare sesso per ottenere in cambio ricchi appalti, si dava anche conto dell’intenzione della «donna della seconda repubblica» (testuale sempre da L’Espresso) di mandare in stampa un libro di memorie scabrose. Si abbozzava anche un titolo, molto poco hard: «Una freccia a Montecitorio», dove il dardo stava a rappresentare sia il logo della società di pubblicità e pubbliche relazioni della maitresse, sia la testata della rivista Alitalia («Freccia Alata») nella quale la signora - grazie all’interesse politico di alcuni sponsor ripagati con prestazioni erotiche documentate in intercettazioni e verbali di interrogatorio - piazzava le sue belle paginate di pubblicità. Se per anni non se ne è più saputo niente dell’indagine è solo perché, intorno al procedimento 10498/99r del pm romano Felicetta Marinelli, è calata un’impenetrabile e imbarazzata cortina fumogena. Nessuna indiscrezione è trapelata mai dalla procura, nessuna conferma documentale arrivava da quella Squadra mobile che dopo aver avviato una banalissima indagine sulla prostituzione s’è ritrovata a dover gestire una bomba politica a orologeria. A rompere quella cortina, questa estate, ci hanno pensato i giornalisti Marco Travaglio, Peter Gomez e Marco Lillo. Nel loro libro su Berlusconi dal titolo «Papi» (uscito due mesi fa) a pagina 327, nell’eloquente capitolo denominato «puttanopoli con autoscatto», scrivono fra l’altro: «(...) il Giornale ha sbattuto in prima pagina la prima puntata di una serie di servizi su un’inchiesta romana del 1999 a proposito di squillo che si accompagnavano con alcuni imprenditori vicini a Massimo D’Alema, all’epoca presidente del Consiglio. Uno dei titoli a tutta pagina recitava: “le escort del clan D’Alema”, oppure “i nostri festini hard a Montecitorio”. Segue la trascrizione di vecchi verbali d’indagine da cui risulta - continuano i tre autori - che la maitresse R.F. riusciva a ottenere appalti pubblici, come la stampa di dépliant e volantini per alcune aziende di Stato». Detto ciò, Travaglio, Gomez e Lillo rispolverano la memoria e il pezzo in archivio de L’Espresso. E al dunque, si chiedono: «Nei servizi del Giornale non si trova alcun riferimento a un importante leader del centrodestra che veniva citato nel 2001 tra i clienti della call-girl in un articolo dell’Espresso (il settimanale pur non facendo nomi si è occupato per primo della vicenda otto anni fa). Esiste o non esiste quel cliente “leader del centrodestra?”. E se esiste, chi è?». Incuriositi da quel riferimento lanciato da tre «giudiziaristi» sempre bene informati ci siamo così messi a cercare le carte che mancavano all’appello. E dal clan di D’Alema siamo passati a scoprire altro. Tutto qui.