Il maestro De Felice non ha più allievi E nemmeno "colleghi"

Oggi la storiografia oscilla fra iperspecialismo e divulgazione. Ma senza rilevanza civile

Marco Gervasoni

Non succede spesso che la lettura di un libro produca un effetto di distanza e al tempo stesso di vicinanza, come questo volume, il terzo e finale degli scritti giornalistici di Renzo De Felice (Scritti giornalistici «Facciamo storia, non moralismo» 1989-1996, Luni editrice, pagg. 352, euro 25). Il grande storico, oltre a pubblicare, nella sua vita non lunghissima secondo gli standard odierni (morì a 67 anni), qualche migliaio di pagine, fu a lungo collaboratore di importanti testate quotidiane, anche se quella a cui dedicò più impegno fu proprio il Giornale, dove Indro Montanelli lo chiamò fin dalla fondazione. Ma in questo volume, rispetto ai primi due della serie, il numero di articoli scritti da De Felice è inferiore rispetto a quello delle interviste: segno evidente che la mole di lavoro ciclopica che aveva sempre contraddistinto lo studioso, assieme a una ancor più grande notorietà rispetto al periodo precedente, non lasciavano più molto tempo per altro. Nonostante la forma dell'intervista, o forse grazie all'immediatezza che questo genere comporta, le posizioni dello storico escono tuttavia qui con cristallina, direi quasi adamantina, chiarezza, in un periodo, tra la caduta del muro di Berlino, il crollo della prima Repubblica e l'avvento del berlusconismo, che per più versi stimolò De Felice (scomparso nel 1996).

L'impressione di vetustà e di attualità assieme che questa lettura ispira deriva proprio dal carattere di transizione o cerniera di quel periodo, trapasso da un vecchio a un nuovo, anche se poi quello che appariva nuovo lo era solo fino a un certo punto. L'Italia che esce dalle pagine di questi scritti, nonostante un trentennio nella storia non sia periodo così lontano, sembra infatti definitivamente tramontata. Non solo non ci sono più i De Felice, ma neppure i suoi interlocutori, con cui era in accordo, gli Ernst Nolte, i François Furet, i Rosario Romeo (altra penna di punta del Giornale) o in disaccordo, come i Norberto Bobbio, i Claudio Pavone, cioè i rappresentanti di quella tradizione culturale azionista contro cui De Felice si batté sempre, assai più che contro quella marxista, perché la riteneva a giusto titolo assai più pericolosa per l'Italia. Sono scomparsi certo, e molti di loro in età avanzata, ma nessuno li ha sostituiti.

Nella storiografia italiana per esempio, al di là di qualche nome che per eleganza non faremo, oggi tutto sembra sonnecchiare in un'aurea mediocritas di iperspecialismo da un lato e di divulgazione senza interpretazione dall'altro. Si è ormai imposta la tendenza, che De Felice coglieva già allora, alla irrilevanza civile dello storico, ridotto a «macchina a gettoni della curiosità altrui». Al contrario il modello di De Felice, ereditato dai suoi maestri, Croce e Federico Chabod certo, ma soprattutto Gioacchino Volpe e Romeo, era quello dello storico come interprete della «immagine della propria comunità nazionale». Questo profilo è tramontato, non sappiamo se per sempre; e De Felice è stata una figura che chiude, alla grande, una storia iniziata con Croce, Salvemini e Volpe, e di cui oggi non abbiamo più eredi.

L'altro effetto di vetustà deriva dalle tesi proposte da De Felice, che all'epoca erano discusse, ma civilmente, dagli altri maître à penser, pur nel disaccordo, e che invece oggi rischierebbero di mandarlo di fronte alla Commissione Segre: la Resistenza come fatto di ridotte minoranze che non investì il Paese reale; il peso che vi esercitarono i comunisti, che però progettavano una guerra sociale e quindi massacrarono anche numerosi innocenti; il non voler ridurre l'esperienza del fascismo a quella dell'antisemitismo, da distinguere a sua volta dal razzismo; il divario immenso tra fascismo e nazismo. Insomma, De Felice pensava che, dal punto di vista storico il fascismo non potesse essere considerato un «male assoluto», categoria teologica o morale, in ogni caso mai utilizzabile dallo storico, il cui compito, secondo De Felice, era capire e non condannare.

Ma allora dove sta l'elemento di attualità di questi scritti? Sta nel fatto che l'involuzione, consistente nel guardare al passato secondo criteri «ideologici formulati sulla base di convinzioni morali», che ai tempi dell'ultimo De Felice era appena in nuce, ormai ha trionfato. Basti vedere il ritorno, sulla bocca anche di alte cariche istituzionali, della nozione di «nazifascismo», parola priva di senso storiografico e formula di propaganda «inventata dagli Alleati» come scriveva De Felice. Già all'epoca i segni di tale involuzione erano però fortissimi: e se allora non albergavano tentazioni di censura legislativa, c'era però quella pratica dell'estrema sinistra, dei centri sociali e degli Autonomi, che più volte contestarono pesantemente De Felice, minacciandolo persino di morte, e financo tirandogli una bomba in casa.

E come oggi, con lo storico non politicamente corretto, i colleghi, della Sapienza ma anche degli altri atenei, tranne sparute eccezioni, si guardarono bene dal solidarizzare, anzi. Persino il suo editore, Giulio Einaudi, lo accusò di essere colui che, con la svolta del 1994, aveva reso possibile il «ritorno dei fascisti» (cioè di Alleanza nazionale di Fini) mentre altri parlarono di De Felice come di uno storico «populista» e della «gente» in senso dispregiativo. Figurarsi: l'autore di volumi mastodontici con fittissime note a pie' di pagina, vergate con uno stile piuttosto arduo.

Come oggi, la sinistra, soprattutto dopo l'impazzimento post 1994 prodotto dalla discesa in campo del Cavaliere, non si faceva remore a demonizzare il proprio avversario e tutto quello che riteneva sostenerne le ragioni. Purtroppo De Felice fece in tempo a essere vittima di questa nuova sinistra da caccia alle streghe, che altri non è se non la nipote e la figlia del moralismo del partito d'Azione. Anche per questo vale la pena leggere questo libro: per conoscere una storia senza moralismi e ipocrisie, assieme all'itinerario finale di un uomo coraggioso.

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