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Il pusher li minaccia, ma indagano i poliziotti

Quattro agenti accusati di favoreggiamento e omissione di soccorso. La vittima puntava un’arma

Il pusher li minaccia, ma indagano i poliziotti
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Entrano nell'indagine sulla morte di un 28enne, con precedenti per spaccio di droga, quattro poliziotti che erano insieme all'agente che ha sparato al cittadino marocchino nella zona del boschetto di Rogoredo, lo scorso 26 gennaio. Gli agenti sono accusati dalla Procura di Milano di favoreggiamento e omissione di soccorso.

Gli agenti indagati sono i tre che erano intervenuti poco prima dei fatti per fermare un bengalese, sempre durante un controllo anti spaccio, e quello che era alle spalle del collega che ha sparato a Abderrahim Mansouri. L'agente 41enne, assistito dall'avvocato Pietro Porciani, è indagato per omicidio volontario. Il pm Giovanni Tarzia, che coordina le indagini della Squadra mobile insieme al procuratore Marcello Viola, ha notificato ieri gli inviti a comparire ai nuovi indagati. Saranno interrogati nei prossimi giorni. La ricostruzione emersa dall'inchiesta ha portato, tra le altre cose, a ipotizzare un ritardo nella richiesta di soccorsi dopo che il 28enne è stato colpito alla testa dal colpo sparato - è stato accertato - da una distanza di oltre 20 metri. Altri due poliziotti presenti all'operazione in via Impastato non risultano invece indagati.

Le contestazioni a carico dei quattro agenti sono la conseguenza degli accertamenti portati avanti in queste settimane dagli investigatori della Mobile e dagli specialisti della Scientifica. Sono stati passati al vaglio, oltre ai risultati dell'autopsia sul corpo della vittima, le testimonianze, le analisi delle telecamere della zona e la ricostruzione balistica della dinamica e della traiettoria dello sparo. «La mia idea era rincorrerlo (...) - ha messo a verbale l'assistente capo -. Io stavo partendo e il collega sarebbe partito dietro di me. Lui aveva la mano in tasca, ha tirato fuori la pistola (poi risultata una fedele replica a salve, ndr) e me l'ha puntata. Io mentre stavo per fare lo scatto per andare avanti ho estratto l'arma e ho esploso un colpo (...) per paura». Il collega che era più vicino al primo indagato aveva reso dichiarazioni che confermavano tale racconto.

Ieri è emerso che dagli elementi raccolti sarebbero spuntate alcune incongruenze. Da qui le nuove contestazioni della Procura. I quattro poliziotti ora indagati sono in sostanza accusati di avere aiutato il collega - elencano le imputazioni - a «eludere le investigazioni della Squadra mobile della Questura di Milano», quando sono stati sentiti come testimoni. In particolare, avrebbero omesso di riferire della presenza sul luogo dell'omicidio di «persone diverse dagli operanti della polizia di Stato» e riferito «in modo non conforme al vero la successione dei propri movimenti, la posizione e la condotta degli altri soggetti presenti nonché i tempi impiegati per allertare i soccorsi». L'ipotesi del pm è che non avrebbero chiamato subito l'ambulanza, mentre la vittima era «agonizzante».

I primi esiti dell'autopsia, effettuata il 3 febbraio, non avevano avvalorato in pieno né la versione della legittima difesa del poliziotto né quella dell'omicidio volontario, sostenuta anche dai legali dei familiari della vittima, gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli. Era stato confermato che Mansouri non era di schiena né in posizione pienamente frontale, ma aveva la testa girata lievemente a sinistra e che il colpo sarebbe stato esploso da una distanza considerevole.

Intanto il procuratore Viola e il pm Tarzia hanno aperto, sempre a carico dell'agente 41enne, un altro fascicolo autonomo con l'ipotesi di falso ideologico commesso «dal pubblico ufficiale in atti pubblici», su un verbale d'arresto del 2024 di un 20enne tunisino, poi assolto.

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