«Forse non sta a me dirlo. Però, da cittadino, penso che ora il senatore Scarpinato, che fa parte della commissione Antimafia, farebbe bene a muovere un passo indietro». Parla il generale Mario Mori, l’ex capo dei Ros che catturò Riina e che preparò il famoso dossier mafia-appalti, che poteva far saltare tutto il sistema mafioso alla fine del secolo scorso, ma fu ignorato dalla magistratura. Oggi un giudice - il Gip di Caltanissetta - dice che i magistrati che fermarono Mori sono stati «depistatori» e che l’archiviazione di quel dossier fu una concausa dell’uccisione di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone, i quali invece credevano nel dossier e volevano seguirlo.
Generale, come nasce il dossier mafia-appalti?
«Non sono un intelligentone che sa tutto. Quando arrivai a Palermo non avevano le idee chiare. Venivo dal Nord, dalla lotta al terrorismo. Cercai di capire se c’era un modo per combattere la mafia e non coi soliti sistemi del collaboratore o della fonte. Mi son chiesto: quali sono gli interessi della mafia?».
E cosa si è risposto?
«I piccioli, i soldi. Ho capito che c’era un grande vantaggio investigativo ad attaccare la mafia sull’economia».
Perché?
«Perché se io attacco la famiglia mafiosa di Palermo, ad esempio, troverò una resistenza fortissima. I mafiosi sono molto resistenti. Non cedono facilmente. Se invece attacco l’economia del clan coinvolgo imprenditori e politici».
E questo aiuta le indagini?
«Sì, è molto più facile indagare un imprenditore o un politico: è più debole, Il mafioso è tetragono».
Stavate per dare un colpo alla mafia?
«Se ci avessero consentito di andare avanti e se non fossero morti Falcone e Borsellino, si sarebbe dato un colpo micidiale al sistema mafioso».
Borsellino fu ucciso per questo?
«Per me sì. Sicuramente, come dicono sia il procuratore sia il gip di Caltanissetta, questa è stata quantomeno una concausa della morte di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino».
Che rapporti aveva con loro?
«Con Falcone molto stretti. Ci davamo del tu, mi considerava un amico. Paolo lo conoscevo meno, però umanamente diventava subito simpatico. Era aperto, gioviale. Ti offriva il caffè, la sigaretta. Falcone era più rigido, ci metteva del tempo ad entrare in confidenza, Borsellino era più diretto, più umano».
Che segnale hanno dato con la loro morte?
«Chi non voleva capire, ha capito che loro erano quelli nel giusto e molti altri erano dalla parte sbagliata».
Lei si era accorto che nella Procura di Palermo agivano molti elementi che ostacolavano la giustizia?
«Inizialmente no. L’ho capito quando ho visto la resistenza su Mafia-appalti. Dopo che Falcone aveva raggiunto Roma».
Prima no?
«Io ero un carabiniere e sa come sono i carabinieri: pensavo che il magistrato lavorasse con me. Mi pareva scontato. Poi ho capito che non è sempre così».
È possibile che siano stati necessari 35 anni per accertare la verità?
«Che le devo dire? Erano stati bravi a camuffare una non-verità».
I processi dopo il ’92, tutti vinti da lei, furono un tentativo di infangarla per Mafia-appalti?
«Sì. Lì nasce tutto. Il fatto è che sia io, sia quello che mi ha aiutato più di tutti in quel lavoro, il colonnello De Donno, eravamo straconvinti della nostra tesi. Poteva venire anche il Papa a dirci che non era così, ma noi sapevamo che era così. E questa nostra resistenza ha innervosito molte persone».
La convinzione come nasceva?
«Chi fa le indagini cerca di farle bene. All’inizio magari brancola nel buio e segue due o tre ipotesi. Ma noi avevamo capito quasi subito, e questo ci aveva aiutato. Certo ha contato molto l’approvazione di Falcone, ma soprattutto quella di Borsellino, perché Borsellino la pensava esattamente come noi, e fu lui a trascinare Falcone».
Se il dossier non fosse stato accantonato, la mafia avrebbe ricevuto dei colpi duri già negli anni ’90?
«Sì, perché la linfa che teneva su il sistema mafioso era il flusso di denaro che veniva dagli appalti. Il pizzo contava poco. Se noi avessimo reciso il filone economico il sistema sarebbe crollato».
Tra l’altro l’ex direttore dell’«Unità», Sansonetti, aveva sollevato la questione 10 anni fa. Fu ignorato e mandato a processo.
«Certo. Perché era oltre a noi un’altra anomalia nel sistema. Un’anomalia ancora si sopporta, due sono troppe. E lui era meno difeso di noi».
In questi 35 anni cosa le è passato per la testa? Pensava che si sarebbe arrivati a questa sentenza?
«Io sono un agonista ho bisogno sempre di un avversario e di avversari in 35 anni ne ho trovati tanti. Ma ero convinto e determinato ad andare avanti».
Quando ha letto questo dispositivo cosa ha provato?
«Spero che qualche magistrato e qualche giornalista che da queste vicende ha tratto quattro paghe per il lesso, come diceva Carducci, si ricreda e ammetta che forse avevamo ragione noi».
