Cronaca locale

Le magliette di Milano? Fatte in Bangladesh

Denuncia del Pd sui prodotti venduti con successo con il marchio della città. "Palline di Natale cinesi e felpe fatte in Cambogia alla faccia della Padania". Il sindaco: "Più lavoro alle nostre aziende ma siamo in un mondo globale"

Le magliette di Milano? Fatte in Bangladesh

Il nome della linea è inconfondibile: «Design 100% made in Milan», stampata in rosso e nero sulle etichette delle felpe e delle t-shirt con il logo del Comune. E non poteva essere altrimenti, del resto il comunicato stampa del sindaco Letizia Moratti e dell’assessore al Marketing territoriale Alessandro Morelli - leghista doc al lancio del brand Milano parlava chiaro, «nella fase di realizzazione un ampio spazio verrà dato alla valorizzazione delle eccellenze produttive presenti sul territorio», e ovviamente «con il coinvolgimento di aziende milanesi e nazionali». E già chi aveva storto il naso quando Palazzo Marino ha lanciato il panettone «griffato», prodotto però da una casa di Vicenza invece che sotto la Madonnina, rimane deluso girando le etichette. La felpa? Costa 39,90 euro ed è «made in Cambogia». La t-shirt? Sia da bimbo (17,9 euro) che da adulto (19,9 euro) sono «made in Bangladesh». Sorpresa: anche sulla confezione delle tre palline di Natale con il logo compare in piccolo compare «made in China». Il consigliere del Pd Piefrancesco Maran punta il dito contro l’assessore leghista: «Si dimetta, ha tradito il mandato dei suoi elettori». Sul tavolo i manifesti del Carroccio: «Il lavoro deve restare qui, basta produrre in Cina e Turchia» o «No all’invasione di merci cinesi». Palazzo Marino ha fatto una gara di appalto per la produzione del merchandising, per t-shirt e gadget in particolare la produzione è affidata alla società Giemme («di Torino, neanche lombarda» puntualizza Maran) che a propria volta può avvalersi di subfornitori, anche in Paesi asiatici. Ma «il Comune nel bando poteva restringere la produzione al territorio, visto che i prezzi non sono da merce low cost e solo in provincia di Milano ci sono oltre 4mila imprese tessili che cerca di resistere alla crisi anche per via della concorrenza cinese». Conclusione: «Quelle del sindaco e di Morelli erano chiacchiere. Nessuna delle 4mila aziende “in casa“ era in gardo di produrre e rendere i prodotti davvero “100% made in Milan“?».
Il sindaco ribatte, «se ci saranno valutazioni diverse naturalmente le vedremo, possiamo prestare più attenzione al lavoro delle nostre imprese, ma viviamo in un mondo che è globale e ci sono tante aziende milanesi e lombarde che hanno prodotto e producono i nostri gadget». Aver creato un marchio Milano «che non esisteva è un successo per l’amministrazione, significa fare promozione della città». Anche Morelli si difende, ««le leggi di mercato dicono che solo se ti affidi a una grande impresa di distribuzione i tuoi prodotti finiscono in tutto il mondo. É quello che abbiamo fatto rispettando l’alta qualità delle merci e la distribuzione nei circuiti internazionali». E il capogruppo della Lega Matteo Salvini assicura: «Già oggi chiederemo al licenziatario di rifornirsi presso aziende lombarde e contiamo che le prossime magliette siano prodotte a Busto Arsizio o Como, è giusto che il marchio viaggi su prodotti del territorio. Siamo felici che a segnalarci questo fatto sia proprio il Pd visto che se ci troviamo in questa situazione è colpa della normativa Ue che ha introdotto Prodi, per cui sopra un certo importo non si può procedere con un appalto rivolto al territorio».

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