Il «malato immaginario» di Tor de’ Cenci è un personaggio di spicco della camorra

IN CELLA Gennaro Bonanno, 59 anni esponente del clan Belforte, deve scontare undici anni per estorsione, detenzione d’armi e traffico di droga

Malato immaginario, capocamorra «esiliato» nella capitale torna in galera. Cardiopatico non deambulante, è stato beccato più volte in piedi, lontano dalla sedia a rotelle, a svolgere lavori pesanti. A rispedire in cella Gennaro Bonanno, 59 anni, elemento di spicco del clan Belforte, i carabinieri di Pomezia che l’hanno controllato per mesi, scoprendo che le sue condizioni fisiche erano tutt’altro che incompatibili con il regime carcerario.
L’uomo, ai domiciliari nel quartiere di Tor de’ Cenci, quando gli è stata notificata la revoca del regime domiciliare ha messo in atto l’ennesima «sceneggiata», ovvero ha finto un malore. Uno stratagemma che non gli è servito a nulla. Trasportato in ospedale per i controlli medici, è stato trasferito in un braccio speciale del penitenziario di Rebibbia, dove dovrà scontare 11 anni di pena per reati che vanno dall’estorsione alla detenzione di armi nonché associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga fra Milano, Brescia e il casertano.
Originario di Marcianise, personaggio tutt’altro che marginale, Bonanno, appartenente ai Belforte che misero in atto nel luglio del ’97 a Pomigliano d’Arco un’azione spietata, eseguita da quello che è passato alle cronache come «Core ingrato», il superlatitante Giovanni Musone, all’epoca trentasettenne. È Musone, braccio armato del clan, a guidare il commando che uccide tre giovani innocenti. Tre operai all’uscita di una fabbrica vengono dilaniati da raffiche di kalashnikov esplose a distanza ravvicinata. Una strage studiata a tavolino per eliminare quelli che si credeva fossero gli elementi chiave di famiglie rivali. Un tragico errore. Muoiono Salvatore De Falco, Alberto Vallifuoco e Rosario Flaminio di 21 anni il primo, di 24 gli altri due, di Afragola e Mugnano. Vittime di una faida mai conclusa fra gruppi opposti ai casalesi. I tre ragazzi erano impiegati da pochi mesi come stagionali nel pastificio Russo. Incensurati, con la camorra non avevamo mai avuto nulla a che fare.
È per questo che, quando si trovano davanti Musone e gli altri killer, non provano nemmeno a fuggire. Siamo in via Nazionale delle Puglie, periferia di Pomigliano. Fa un caldo opprimente. I tre escono dai cancelli del pastificio su una Y10 per raggiungere un chiosco-bar a 50 metri. Al «Manila» li attende una Lancia Thema con 4 uomini a bordo. Pochi secondi e si scatena l’inferno. È una carneficina: i due più vicini all’utilitaria cadono aggrappandosi alle portiere. L’altro è sulla porta del locale quando viene travolto dal fuoco incrociato.
A finire sotto i colpi di mitra e pistole anche la cassiera, Monica Nacca, 19 anni, ferita a una gamba. La segnalazione arrivata ai gregari di Musone e Bonanno è sbagliata. Quando il primo viene arrestato non passa troppo tempo che viene trasferito in ospedale per una presunta epatite. E da qui evade. Una fuga rocambolesca conclusa 4 anni dopo sul lungomare di Ardea quando viene catturato. Deve scontare ben tre ergastoli.
yuri9206@libero.it

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