La maledizione di Ebola ora terrorizza il Congo

Alla tragedia della guerra civile si aggiunge l'epidemia, che è più spietata con i bambini

(Da Kivu) Nord Kivu, l'est della Repubblica democratica del Congo: è una terra questa dove si coltiva il margine pericoloso delle cose; vita e morte non hanno confini, la fede vacilla e il male è una tautologia cristallizzata nelle epoche. Quaggiù, infatti, in un presente di miserie perpetue, ferocie che si pensavano defunte sono riapparse come per una maledizione. Si uccide in nome della tavola di Mendeleev, si tortura per un bottino di elemosine e oggi si muore anche divorati da un morbo che spaventa come la peste perché, nell'abisso d'ombra della foresta congolese, si sta consumando la prima epidemia di Ebola della storia in un contesto di guerra, la più spietata per numero di bambini contagiati.

Un check-point presieduto da militari e polizia, una fila di persone che attendono di farsi misurare la febbre e di lavarsi le mani con una soluzione di acqua e cloro e, intanto, un altoparlante che grida, con voce metallica e spettrale, ininterrottamente, le precauzioni da adottare. All'ingresso delle città congolesi, da quando è scoppiata l'infezione, sono stati allestiti posti di blocco dove vengono eseguiti controlli serrati. Tutti si sottopongono al lavaggio delle mani e alla misurazione della temperatura corporea; poi la sbarra si alza e si entra nella città di Beni: l'epicentro dell'epidemia.

Da agosto 2018 nelle regioni settentrionali della Repubblica Democratica del Congo, Paese sconvolto da decenni di guerra civile, tra i più poveri al mondo e con oltre 4 milioni di rifugiati interni, si sono registrati oltre 3000 contagi dovuti alla malattia, i decessi sono più di 2000, il 30% sono minori e il tasso di mortalità, intorno al 67%, è tra i più alti mai registrati. Ma ora conseguente all'Ebola, nelle regioni orientali del Congo, si sono sviluppate anche teorie del complotto. Superstizione ed esasperazione sociale hanno spinto sempre più persone a credere che il morbo non esista e che sia una strategia di potenze occulte per sterminare le comunità locali. Questi fattori hanno spinto la popolazione ha dimostrare avversione e ostilità nei confronti delle attività di cura e prevenzione e in questo stato di psicosi e isteria a guadagnarci è solamente il morbo, che continua a proliferare e uccidere.

«Ebola è una malattia letale e non esiste una cura specifica come per la malaria o altre patologie. L'unica possibilità di salvarsi che ha chi la contrae è presentarsi nei centri di cura a partire dai primi sintomi: è una corsa contro il tempo. La situazione è veramente drammatica perché la malattia al momento non si arresta, gran parte della popolazione rifiuta di credere all'esistenza del virus e, inoltre, ci troviamo in una situazione di guerra. Stiamo affrontando una realtà disperata». A spiegare la quotidianità a Beni è il dottor Joel Efoloko, che lavora nel Centro di Trattamento, dove vengono trasportati gli ammalati. L'ospedale è sorto come un fortilizio contro il morbo, una trincea nella prima linea della guerra alla malattia, dove medici lottano contro il tempo per salvare la vita ai pazienti che anelano nelle stanze ermetiche. In una tenda c'è una donna incinta, in un'altra due neonati e un bambino col corpo divorato dalle piaghe, poco distante c'è Eliel, che ha 10 anni, la maglietta e i pantaloni sporchi di sangue: è in coma e respira grazie a una maschera dell'ossigeno. Il padre lo osserva con gli occhi gonfi di quelle lacrime che rivelano l'accettazione della separazione, che è una condanna per i sopravvissuti a scontare la pena del proprio vivere in compagnia soltanto della memoria.

Nell'obitorio di Beni, adiacente al Centro di Trattamento, i corpi sono tutti in fila: bare di diverse dimensioni e colori si succedono nell'angusta sala, dove un operatore della protezione civile continua a innaffiarle con una soluzione di acqua e cloro. In cielo, nuvole gonfie di piogge tropicali battagliano con un timido sole; in terra, preghiere salmodiate accompagnano un'altra bara in un camposanto poco fuori dalla città. In questo cimitero, nato con l'esplosione dell'epidemia, ci sono tombe appena scavate. Sono ammassate una accanto all'altra e persino lo spazio per seppellire i morti si sta esaurendo. Una fossa è appena stata ultimata e gli addetti alla sepoltura, dopo essersi preparati indossando tutte e guanti, trasportano il feretro e lo calano all'interno. La ragazza deceduta si chiama Esperance Kavira Balikwisha, aveva 13 anni. Mentre uomini dell'esercito e delle polizia nascosti da mascherine presiedono il rito funebre, il padre accompagna la bara della figlia. È solo, statuario e con lo sguardo perso nel vuoto. È un'ombra che passa in rassegna i ricordi e sulla tomba della figlia impercettibilmente muove le labbra, recitando un ultimo saluto alla sua bambina. Ecco il lutto più doloroso, il male che ferisce l'anima, la consapevolezza di una tragedia che ha piallato il presente, riducendolo a un'uniforme plaga di supplizio.

E questo dolore diviene insopportabile all'indomani, quando una folla di persona partecipa alla cerimonia funebre di Liliane Kapinga Ebaribi. Il corteo si dirige verso il cimitero, un lento canto, dolce, commovente, che smuove lacrime e suppliche, si arresta nel verde di un campo dove un soldato, con gesti lenti per non disturbare l'assoluta sacralità della funzione, sta finendo di scavare la piccola fossa. Il sole sta tramontando e il tramonto è rapido, immediato, quasi non volesse concedere spazio alla retorica dei tramonti africani. Poi arriva il buio: e di nuovo restano soltanto una madre straziata dal dolore, con le mani immerse nella terra da poco smossa, un padre inginocchiato a contemplare la tomba della figlia e una croce che recita la data di nascita e di morte di una bambina di soli tre anni.

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