La maledizione viola il colore che unisce boss e giustizialisti

RomaBenedetti ragazzi e benedetta ignoranza. La comunicazione web s’è fatta orizzontale e mai che uno scenda giù in picchiata ad approfondire. «Tu veline, noi violine», gridavano l’altroieri le ragazze in piazza. E i blogger organizzatori argomentavano seriosi: «Abbiamo scelto il viola perché è il colore del coraggio e per distinguerci dai partiti esistenti». Già, ma così ci si fa del male (Nanni Moretti c’era, può testimoniare).
Raccontatelo al boss Gianni Nicchi, ventottenne arrestato nei pressi del Palazzo di Giustizia di Palermo. In ossequio alla moda del momento - forse persino in procinto di raggiungere il locale «No-B day» - sfoggiava il suo bel maglione viola acceso, quando gli agenti speciali della Squadra Mobile l’hanno beccato. Ma come si può pretendere di cingersi di viola e andarsene impunemente in giro? La gente di teatro lo sa dal Medioevo. Eleonora Duse, che osò sfidare la sorte il 21 aprile del 1924 su un palcoscenico di Pittsburg, ne restò fulminata. Morta stecchita. Di che colore credete che fosse il suo abito di scena?
Wanda Osiris non scendeva le scale, se scorgeva qualcosa di vagamente viola tra il pubblico. Gli inservienti dei teatri nei quali si esibiva Raffaella Carrà accompagnavano alla porta chiunque fosse sorpreso in platea con indumenti di quel colore che sta tra la melanzana e ciò che i milanesi definiscono trasu’ de ciuc, ovvero il «vomito di ubriaco». E così via, in una miriade di aneddoti che si raccontano dietro le quinte. Il motivo, secondo la leggenda, risale ai paramenti liturgici usati durante la quaresima (e naturalmente in occasione dei funerali). In questo periodo, nel Medioevo, veniva vietato qualsiasi tipo di rappresentazione teatrale nelle vie e piazze cittadine, persino quelli dei saltimbanchi. Si può comprendere che vita grama facessero gli attori nei giorni normali, ma in quelli precedenti alla Pasqua morivano letteralmente di fame. Da questo malanimo derivò anche l’uso di mettere lo stendardo viola fuori dai teatri - quando erano in corso provini per completare le compagnie - che aveva il mesto significato di uno stop: «Siamo al completo, tornate a casa».
Con la scelta di una manifestazione del genere, come spiega il pidino Enzo Carra senza entrare nel merito del colore (uomo prudente!), altro che danneggiare il governo, «lo si è aiutato». Complice l’ingenuità di questi ragazzi del web, che si sono fatti mettere «il cappello da Di Pietro» e hanno finito per festeggiare in piazza un pluriassassino confesso come Gaspare Spatuzza. E in questo (macabro) senso, non si può che condividere la scelta del colore. Chiedendo lumi alla psicologia, il viola oltre che del lutto è il colore medio per eccellenza: sta tra terra e cielo, tra passione e intelligenza, tra amore e saggezza. Insomma, un «ma anche» indeterminato tra la forza dei rossi e la pacatezza degli azzurri, che emerge frequentemente anche nei disegni dei bambini. In tal caso, dicono gli esperti, rappresenterebbe appunto l’urgenza di esprimersi quando la situazione ambientale non consente di muoversi liberamente, a causa delle regole e norme di comportamento che vengono imposte.
Dunque si tratta di una fuoriuscita di energia priva di costrutto che darebbe un po’ di ragione al segretario pidino Bersani, succube della solita, irrefrenabile pulsione al masochismo dei suoi militanti. Aggravata dalla scelta dell’ennesimo colore della «nuova sinistra», in questo caso apparentemente fashion, ma del quale non si potrebbe che diffidare, se si approfondisse la storia.
Però la logica di chi finisce in Rete è proprio questa: affidare dei messaggi estemporanei alla superficie dell’onda e non curarsi del dove e del come questi messaggi vadano a finire. Soprattutto di chi può finire a sfruttarli a proprio vantaggio, come Di Pietro insegna. Era un po’ patetica, qualche sera fa in tivù, l’insistenza di Gad Lerner a voler sapere da tre blogger in studio chi fosse ad aver lanciato l’idea. Una figura da uomo del Pleistocene. Attraverso i social network tipo Facebook chiunque può lanciare qualsiasi cosa al riparo del nebbioso «collettivo» della Rete. Persino un’onda dal colore inquietante. Perché in fondo, come diceva Eduardo De Filippo, la superstizione è senz’altro sinonimo d’ignoranza. Ma non porta affatto male essere superstiziosi.

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