Tutto comincia con un cappello. Un uomo di leggendaria fierezza, un cacciatore, passa nella piazza di Altdorf dove c'è un pennacchio come simbolo dell'imperatore, degli Asburgo. La legge dice che chi ci finisce davanti deve salutarlo come si deve, inchinandosi. Se non lo fai bene che ti va di confiscano i beni o, peggio, finisci appeso. Guglielmo Tell, cresciuto a Bürglen, sotto il massiccio del San Gottardo, svizzero fino al midollo, non è certo tipo da genuflessioni. Così viene arrestato e giudicato in piazza. Il balivo Albrecht Gessler gli impone una sfida beffarda: in cambio della vita deve colpire con una freccia una mela sulla testa del figlio. Quello che forse le autorità non sanno è che il signor Tell è un mago della balestra. Il resto della storia è nota. L'indipendenza svizzera nasce con la precisione e il coraggio. È la sfida impossibile. È talento e fortuna. Qualcosa ultimamente sta però andando storto. Guglielmo Tell di questi tempi non colpirebbe la mela. La Svizzera, si sussurra, non è più Svizzera. Lo so dice da questa parte delle Alpi, con molta ironia e un po' di malignità, quella di chi si sentiva sempre rinfacciare di non essere come gli svizzeri. Noi, italiani, sbadati e cialtroni. Tutti luoghi comuni, certo, e ci si gioca solo per celia.
Tutto questo va detto con il rispetto che si deve a un Paese che per secoli ha costruito il più formidabile luogo comune della storia moderna: l'efficienza. Quel posto dove i treni arrivano in orario, le banche funzionano meglio dei preti al confessionale, il cioccolato è una religione e gli orologi battono il tempo dell'universo. Gli elvetici una volta erano l'antimateria degli italiani. Noi il caos creativo, loro l'ordine cosmico. Noi Totò e Peppino alla stazione, loro il capotreno con il cronometro al millesimo. Era un equilibrio naturale. Servivano a noi per sentirci in colpa, e noi servivamo a loro per sentirsi superiori. Un patto non scritto, ma più solido di qualsiasi trattato internazionale. Poi è arrivato il 2026 e qualcosa si è rotto nell'ingranaggio.
Guardate cosa sta succedendo. Nella stazione di Losanna un oggetto pirotecnico lanciato da un treno di tifosi ha mandato a fuoco i cavi ferroviari. Quaranta cavi danneggiati. Il traffico tra Losanna e Prilly-Malley interrotto fino a martedì, tifosi, bombe carta, in Svizzera. Non a Sora dopo un derby di D, non a Fuorigrotta in una notte di luna piena. No. A Losanna, dopo un decorosissimo 3 a 3 tra Lausanne-Sport e Servette nella Super League. Un pareggio, nemmeno una sconfitta. Ma non è finita. Ieri mattina, nel Cantone del Vallese, un treno regionale è deragliato sulla linea Frutigen-Briga. Una valanga ha attraversato i binari nei pressi di Hohtenn, proprio all'uscita di una galleria. Ventinove persone a bordo, cinque feriti, uno portato all'ospedale di Sion. Linea interrotta fino a martedì. Bus sostitutivi. Già pochi giorni prima un'altra valanga aveva bloccato la stessa zona. Due valanghe in una settimana sugli stessi binari: in Italia la chiameremmo sfortuna, in Svizzera è una crisi identitaria. Poi c'è Crans-Montana e lì non si scherza. Lì c'è una ferita aperta, quarantuno ragazzi che non torneranno a casa, e l'immagine di un Paese che scopre, sotto la vernice dell'ordine perfetto, crepe profonde. Un locale non controllato dal 2020. Una scala ridotta, uscite di emergenza chiuse a chiave. Il sindaco che ammette gravi mancanze. Il presidente della Confederazione che dice: niente sarà più come prima. Ecco, su questo non si ride. Si annota, però, che il mito ha le sue responsabilità: quando tutti credono che tutto funzioni, nessuno controlla più se funziona davvero. La verità è che la Svizzera sta diventando un po' italiana, e non nel senso buono.
Non sta importando la nostra cucina, il nostro cinema, la nostra arte di arrangiarsi con grazia. Sta importando il nostro talento per il disastro organizzativo. E questo non va bene per nessuno, perché se crolla il mito svizzero, dove andremo a mettere i nostri sensi di colpa?