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Maria Antonietta, la regina che fu uccisa dalle calunnie

In mostra vestiti e oggetti appartenuti alla consorte di Luigi XVI, vittima della Rivoluzione francese

Maria Antonietta, la regina che fu uccisa dalle calunnie

da Londra

Nella mostra dedicata al Maria Antonietta Style (Victoria&Albert Museum fino al 23 marzo), le scarpette di seta rosa con le guarnizioni color malva che Manolo Blahnik disegnò per l'iconico film di Sofia Coppola danno un po' l'idea di cosa il visitatore potrà trovarvi: lusso e fashion, colori tenui e frivolezze, un'idea della natura edulcorata, un'idea dell'eleganza come un lezioso minuetto che si pensava non dovesse finire mai. Ci sono le porcellane, naturalmente, e i ritratti, i suoi, quelli delle sue dame di compagnia, i gioielli, i macarons, i mobili in stile. Per quanto sia esistito uno Stile Luigi XVI, per certi versi si trattava di uno stile al femminile, ovvero e appunto lo Stile Maria Antonietta, e del resto nei due secoli e passa dalla sua tragica morte è quella l'immagine che si è imposta, quasi che la sua fine non avesse nulla a che fare con il suo principio.

Anche nella morte, infatti, relegata in un piccolo spazio della mostra, la ghigliottina fa appena una rapida pur se agghiacciante apparizione: la riproposizione di quella storica che i figli di Madame Tussaud acquistarono nel 1856, per il loro Museo delle cere, dal nipote di Charles-Henri Sanson, il boia per eccellenza della Rivoluzione. Al suo fianco c'è la foto della testa decapitata, anch'essa presente nel museo, ma è un falso.

Sposa a 14 anni, regina a diciotto, assassinata a trentasette, la vita di Maria Antonietta bruciò le tappe come un fulmine. Fu dapprima amata, poi odiata, ed è sufficiente vedere esposta la replica del celebre Collier della Regina, zaffiri bianchi, perle e argento, causa dello scandalo-truffa legato al suo nome, per capire quanto lo sfarzo e la ricchezza si fossero tramutati da strumento di potere in motivo di rivolta. Allo stesso modo, il libertinismo dell'epoca, la licenziosità di certi libri, tipo Les liaisons dangereux, come le volgarità pornografiche di pamphlet soprattutto anticlericali, la ronda degli amori e degli amanti assunsero durante il regno di Luigi XVI il tono moralista e inquisitore di chi nella regina vedeva nient'altro che una tribade, ovvero una lesbica e madame de Polignac la sua favorita Nella mostra c'è tutta una serie di illustrazioni d'epoca in tal senso, fra cui spiccano quelle di La journée amoureuse ou les derniers plaisirs de Marie Antoinette.

La moda, naturalmente, ha grande spazio, dagli abiti d'epoca alla moderna rivisitazione di grandi couturier, Dior Galliano, Lagerfeld, così come il cinema, per esempio Maria Antonietta di Norma Shearer, del 1938, o la Christen Dunst di quello già citato della Coppola, del 2006; ma vale la pena ricordare che nella scena clou di Caccia al ladro, di Alfred Hitckock, Grace Kelly si presenta al ballo in maschera con un vestito, una maschera e un ventaglio color oro ispirati proprio alle feste di corte di Maria Antonietta.

Dietro l'apparenza, comunque, c'era molta sostanza e in fondo la parabola, storica e umana, di Maria Antonietta può essere racchiusa in tre folgoranti annotazioni. La prima è di Mirabeau, il geniale di testa quanto mostruoso di fattezze Mirabeau, il politico che cerca di salvare la dinastia dei Borboni dopo averne picconato la legittimità: "C'è un solo uomo al fianco del re, ed è sua moglie". La seconda è di Rivarol, il bastardo di un'aristocrazia che lo ha rifiutato proprio perché ne ha svelato i privilegi più vani e più vacui: "Più presa dal suo sesso che dal suo rango, dimenticò di essere fatta per vivere e morire su un trono reale. Volle godere troppo a lungo di quell'impero fittizio che la bellezza regala alle donne comuni e che ne fa le regine di un momento". La terza è della diretta interessata: "Annienterei il re se accettassi di agire, se montassi a cavallo, qualora ce ne fosse bisogno. Una regina che non ha poteri decisionali, nei momenti di crisi deve restare inattiva e prepararsi a morire".

Il fatto è che a quel 1789 che segna l'inizio della rivoluzione in Francia, Maria Antonietta e il suo augusto consorte, Luigi XVI, arrivarono, è il meno che si possa dire, impreparati: erano stati allevati per gestire la normalità di un trono senza scossoni, l'eternità di un'istituzione mai messa, in quanto tale, in discussione. Lei era una specie di pappagallino imperiale, grazioso e variopinto, utilizzato per un matrimonio di convenienza politica, l'alleanza fra Austria e Francia, che non si sapeva bene come utilizzare, proprio perché nessuno si era preoccupato di educarla a pensare: "Ella ascolta a malapena ciò che le si dice e lo comprende ancora meno" dirà il conte de Mercy. Mercy, che da ambasciatore in Francia, era la longa manus di Maria Teresa, e avrebbe voluto governare Parigi da Vienna, si disperava che, sposa di un re senza amanti in carica, Maria Antonietta non usasse le carte giuste per avere sul marito un ascendente certo, ossia un ascendente che favorisse l'Austria. Lascia perplessi che un diplomatico di carriera non si rendesse conto di quanto nella persona di una regina straniera, l'autrichienne incarnazione proprio di quell'Austria che era stata fino ad allora il nemico tradizionale, si concentrassero le fantasie popolari, e non solo, tutte convergenti a disegnare una donna manipolatrice all'ombra del grand'uomo. Che il grand'uomo fosse Luigi XVI, ovvero il suo esatto contrario, i francesi prerivoluzionari, siano nobili o terzo Stato, sembravano non accorgersene: godeva di un prestigio non suo, ci si poteva ancora illudere che si rivelasse un altro Luigi XVI. Almeno su questo, sarà proprio Maria Antonietta a non essersi mai fatta illusioni. Il "pover'uomo" l'ha definito in una lettera alla madre nel 1775, quando entrambi hanno vent'anni e da cinque sono marito e moglie. Quella definizione ha lasciato esterrefatta Maria Teresa: "Dov'è il rispetto, dov'è la riconoscenza? La vostra felicità potrebbe mutare di colpo e farvi precipitare, per colpa vostra, nelle più grandi disgrazie. Un giorno lo capirete ma sarà troppo tardi". Cassandra non avrebbe potuto dirlo meglio

Quindici anni dopo, il "pover'uomo" è meglio tratteggiato, ma Maria Antonietta per quanto fosse stata allora irrispettosa o incapace di pensare, aveva comunque colto nel segno: "Il re non è un poltrone, ha un grandissimo coraggio, ma passivo, è schiacciato da un cattivo sentimento di vergogna, una diffidenza verso sé stesso che gli viene dalla sua educazione e dal suo carattere. Ha paura di comandare e più di tutto ha il timore di parlare in pubblico". In quell'arco di tempo, il pappagallino imperiale ha imparato a volare e solo allora ha realizzato di essere stato sempre e comunque in una gabbia. Ce l'hanno messa i maneggi imperiali di Vienna, che non vogliono vederla come moglie del re di Francia, ma come appendice degli Asburgo. Ce l'ha messa la corte di Versailles, che critica ogni infrazione, che maligna sulle troppe trasgressioni, che alimenta polemiche e insinuazioni. Ci si è messa da sola, le spese pazze, gli inutili lussi, le passioni improvvise, la mancanza di contegno e l'irritazione se qualcuno glielo fa notare. Ha pensato di poter dettare la moda del tempo, ma non sa che le mode sono capricciose e il tempo non lo è di meno: "Non mi uccideranno con il veleno. Oggi è la calunnia che regna ed è di calunnia che mi faranno morire".

Rispetto a Luigi XVI, che rimane l'onesta, dignitosa e alla fine eroica nullità che è sempre stata, Maria Antonietta si ritrova via via nelle vesti di chi cerca di salvare il

marito e i figli, fantastica alleanze, pretende chiarimenti, non ci sta a essere trattata come una pedina, per giunta sacrificabile, sulla scacchiera della storia, si rifiuta di salvarsi da sola, preferisce morire che tradire.

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