Matteo Bonetti, una vita dedicata sempre alla difesa dei più deboli

Aveva scelto una foto da «bravo ragazzo» per i suoi manifesti elettorali, Matteo. Sbarbato, sorriso timido, faccia pulita e giacca blu. Correva per un posto da consigliere in II municipio, nella Roma bene: Flaminio, Parioli, Salario, quartiere Africano. E allora per i mille incontri con i suoi elettori «doveva» allontanarsi dallo stereotipo del militante della destra giovanile sempre in jeans e maglietta e imporsi quella benedetta giacca. Salvo poi, la sera, incontrarsi nei pub frequentati dalla sua comunità per ripartire, pennellessa alla mano, e imbrattare i muri del municipio con quegli stessi manifesti che tanto avevano fatto ridere i suoi amici.
Nei manifesti che coprono da domenica i muri di Roma il suo viso non c’è. Solo fiaccole accese e la frase di Jünger che preferiva («L’Uomo è un essere animato da una speranza, da un bagliore di eternità. Un raggio d’immortalità lo ha penetrato. Questo distingue anche il suo modo d’amare da ogni altra specie d’amore»). Matteo se n’è andato venerdì scorso ad appena 24 anni a Zara, dove si trovava in vacanza, dopo un’estate difficile riempita da un lungo ricovero al Policlinico.
Confesso un certo pudore nello scrivere questo pezzo. Perché Matteo Bonetti per me era prima di tutto un amico. Matteo viveva per la politica militante. Giovanissimo animatore del nucleo Mameli di Azione Studentesca, responsabile del «Nucleo Parioli» da lui fondato, dirigente di Azione Giovani Roma passando per la consulta provinciale degli studenti. Fino allo scorso anno quando era diventato, appunto, consigliere del II municipio e presidente della commissione servizi sociali e politiche giovanili. Un sogno che si avverava. Gli brillavano gli occhi quando raccontava delle riunioni che avrebbero portato all’approvazione del bilancio sociale nel luglio di un anno fa. L’attenzione per i deboli, per i giovani e i giovanissimi sono la cifra politica che Matteo lascia in eredità alla sua comunità. E anche ai tanti disillusi, come il sottoscritto, che però non riuscivano a non provare un po’ d’invidia per quel ragazzone biondo che si accalorava ancora per difendere le sue idee e quel modo, romantico e antico certo, d’intendere la politica.
Idealista, estroverso, espansivo fin quasi all’eccesso, con la battuta sempre pronta con Matteo ho condiviso anche l’avventura del giornalismo. Prima nella redazione di AsgMedia, poi in quella di Inedita. E anche lì, tra uno scherzo e l’altro, si cercava di dar voce ai più deboli, agli ultimi, ai dimenticati.
Adesso è il momento del dolore. Per la sua comunità e per le tante altre che lo piangono. Realtà diverse e a volte anche in competizione tra loro che avevano apprezzato Matteo in vita per il suo impegno e che si sono unite, adesso, nel suo ricordo.
Ciao Matteo, lieve ti sia la terra. Una cosa però ammetto di non riuscire a perdonartela. «Costringermi» a scrivere questo pezzo, no, questo è uno scherzo che non dovevi farmi.