Mazzantini l’outsider prezzemolina

Mazzantini Margaret senza l’acca, meglio ancora Mazzantini&Castellitto Srl, premiata ditta familiare che se non fosse una coppia sarebbe una fiction, un reality, una commedia (scritta da loro). Attrice lei attore lui, lei scrive lui scrive, lei scrive lui interpreta, lui legge lei applaude, lei vince lui piange, lei scrive (troppo) lui taglia, lei recita lui dirige. Una coppia simbiotica, un tandem a parti reversibili, una sceneggiatura di famiglia che ha la stoffa di un romanzo della Mazzantini medesima. È la Margaret, d’altronde, ad aver confidato che quando scrive un libro, lei e lui «si fanno coinvolgere dalle storie lasciandosi andare a dei gran pianti». La Margaret senza acca e senza Castellitto, presa isolatamente, è il prototipo della «nota Scrittrice», creatura da salotto letterario con l’infallibile talento di produrre romanzi prêt-à-porter, letteratura di veloce consumo fatta e finita per lo scaffale più alto della zona libri Autogrill, pagine farcite di sentimenti con colonna sonora di idealità («banalità culturali», disse invece un perfido Aldo Grasso). Romanzoni tradizionali sfiorati per questo da una stroncatura definitiva di Alberto Arbasino: «Fare oggi un romanzo tradizionale ha lo stesso senso che conquistare oggi l’Eritrea o fondare oggi la Fiat». Come tutte le persone inserite nei giochi di potere culturali e nei circoli che contano (e che ricambiano) la Mazzantini ha il vezzo di dipingersi come un’outsider, dice «ho sempre amato i temi della marginalità, amo stare fuori dai grandi flussi». Tra i quali evidentemente non vanno annoverati i vari e prestigiosi Festival letterari dove lei è l’ospite d’onore che firma dediche ai fan o i vari e prestigiosi premi letterari a cui immancabilmente partecipa e spesso vince, dal Campiello allo Strega al Grinzane Cavour, ancora al Campiello.
Figlia d’arte con curriculum che sembra inventato da un bravo editor, ma è tutto vero (nata a Dublino poi si ritrova a Tivoli, padre scrittore, madre pittrice, talento precoce, l’Accademia d’arte drammatica etc.), la Mazzantini viene presto segnata dall’imprimatur della critica letteraria di Stato, quella corretta, quella di baroni come Enzo Siciliano che la vara pubblicamente nel 2001, su Repubblica: «Attrice tra le migliori del nostro teatro che se fosse fatto funzionare a regime si avvantaggerebbe non poco del suo talento». È l’ingresso ufficiale della Margaret nel gotha degli artisti presentabili in società, e infatti l’anno dopo vince lo Strega con il suo terzo libro ma primo successo, Non ti muovere, «un vero capolavoro» secondo Antonella Clerici, un «lungo monologo che nella scrittura si riduce a melodramma» invece secondo Giorgio De Rienzo del Corriere della sera. La Mazzantini attrice ama recitare la parte della grande Scrittrice tormentata, e viceversa. Il diario della sua giornata di Autrice è materia per rotocalchi, «ho lo stesso computer da sempre. Lo guardo, lo bacio e inizio» racconta a Vanity Fair che indaga sui rituali della scrittura. In alternativa, la liturgia prima di mettersi a scrivere è: «Pulisco lo studio per un’oretta, spolvero, metto in ordine, lavo le tazze, parlo al computer, lo accarezzo e lo prego di non fare scherzi». Come Autrice di fama abbonda di particolari su «come nascono i miei romanzi», su «preferisce scrivere la mattina presto o la sera?», la vanità raddoppia saltando tra palcoscenico e scrivania. E così la Margaret spiega che quando scrive prende in affitto un appartamento, dove va solo per lavorare, aggiungendo dettagli per futuri biografi: «Mi assicuro che ognuno abbia le proprie cose, metto in moto la giornata e poi vado a scrivere in un piccolo studio vicino a casa, arredato semplicemente. Quando scrivo, tengo le persiane chiuse a metà». Da Autrice introspettiva può rispondere marzullescamente alla domanda «cos’è un romanzo»: «È licenza. Di mentire, di amare, di piangere, di dire la verità». Tutto e niente. Quando invece capita davanti a domande più toste o critici dissenzienti reagisce malino, come successe durante la registrazione di un Tg2 Dossier del 2003 archiviato così da Dagospia: «Inizia la registrazione, una regia stracolma di gente e dopo le prime battute di uno dei critici: “Questa non la considero letteratura, un libro noioso, lento...” riferendosi al lavoro della Mazzantini, scoppia la santabarbara. La bella Margie si alza di scatto togliendosi il microfono e interrompendo la registrazione. Al conduttore Mazza, allibito, la Mazzantini diceva: “Io non ci sto a questo massacro, lo sai che io non vado volentieri in televisione, ma oggi ero qui per farti un piacere e mi trattate così!”. Il direttore del Tg2 la rincorreva nei corridoi e la convinceva a ricominciare da capo la registrazione, previo accordo sul modo di impostare il dibattito. Cioè, all’italiana: un soggetto, un verbo e un complimento». Sarà gossip di corridoio, ma rende l’idea.
L’altro giorno la Mazzantini ha aperto il festival letterario Pordenonelegge, come madrina appena premiata al Campiello 2009; recentemente ha inaugurato il Festival della Letteratura di Roma, ed è appena reduce dal Festival di Mantova ospite come donna-bestseller. Insomma quel che si dice un’outsider. A Mantova gli organizzatori l’hanno presentata con tutti gli allori dell’eroina immolata alla Scrittura: «Nonostante il successo, Mazzantini continua a considerarsi una outsider della letteratura, attività che pratica cercando di conciliarla con la vita familiare e la gestione dei quattro figli». I figli, tutti Contento di secondo nome, sono la seconda parte del romanzo familiare ancora da scrivere. Per rimanere al già scritto, le sue pagine (tendenzialmente sterminate) abbondano di barboni, derelitti, vittime di guerra, bambini vittime di guerra e non, donne coraggiose, donne, ancora donne. I barboni «sono randagi scappati dalle nostre case, odorano dei nostri armadi, puzzano di ciò che non hanno, ma anche di tutto ciò che ci manca», questo in Zorro, Un eremita sul marciapiede suo romanzo-monologo messo amorevolmente in scena dal marito, 110 minuti filati. All’ultimo Campiello la Mazzantini ha stravinto con Venuto al mondo, Sarajevo in guerra, le bombe, due ragazzi, l’amore. Come prevedibile è «un romanzo che mi ha straziato. Tornavo a casa piangendo mentre lo scrivevo, ho versato tante lacrime affrontando la guerra e tante morti». Affrontando la guerra e tante morti? Sì, «una guerra atroce che tutti hanno dimenticato», almeno la maggior parte dei bifolchi che non ha la sensibilità sovraumana della Scrittrice: «Era una sfida con me stessa, come una rabdomante cerco nell’oscurità. Non so come arrivi una storia. Io ero in disperazione assoluta, mi sentivo come un piccolo cavaliere che deve affrontare dei draghi...». È un brevissimo saggio del mazzantinese, lo stile peculiare della Scrittrice, fatto di cose così: «Gli occhi dietro alle lacrime come due pesciolini in un mare troppo stretto», oppure «E quando quella mano fredda, come la pietra dov’era posata, si ferma sulla mia guancia, io so che la amo. La amo, figlia mia, come non ho mai amato nessuno. La amo come un mendicante, come un lupo, come un ramo di ortica». Ma è inutile fare gli schizzinosi, con il lupo e l’ortica ha venduto milioni di copie, un motivo ci sarà.
A proposito di copie, la Margaret è autrice della berlusconiana Mondadori ma sottoscrive volentieri gli appelli di Repubblica contro il governo Berlusconi: ha firmato quello per la libertà di stampa, prima ancora contro la legge anti-intercettazioni. Lei lo sa perché: «Ci sono tante realtà in Italia e la gente è migliore di come la vogliamo fare apparire, ci sono tante persone che pensano, che hanno un’idea migliore dell’essere italiani. C’è un’Italia pessima e un’Italia bella e io spero che questa fiorisca». È stata per un periodo l’ideologa di riferimento di Piero Fassino. Al congresso dei Ds nel 2005, mentre gli altri delegati citavano Berlinguer, Antonio Gramsci, Vittorio Foa, Fassino leggeva una lettera scritta apposta per lui da Mazzantini&Castellitto. «Caro Piero, ancora una volta ci interroghiamo su questo Paese, sull’umanità minuta che affolla le strade, gli autobus e che si mette in fila. Quella sterminata popolazione di giusti che non guardano dentro le telecamere ma dentro il solco della vita». Fassino fu folgorato da quella lettera, «che - disse al Palalottomatica - descrive perfettamente l’identità del nostro partito». Di lì a poco i Ds sarebbero scomparsi.