«Per me Sinatra si può considerare musica classica»

Andrea Bocelli canta arie d'opera e brani pop, frequenta i teatri lirici, ma pure stadi e piazze: il concerto del 15 settembre, al Central Park di NY, è stato considerato l'evento musicale dell'anno. Il tenore di Lajatico (Toscana) ha costruito la propria carriera partendo da una sfida: abbattere gli steccati fra i generi: pop, operatic pop e lirica. Una sfida vincente considerato che l'artista, cinquantatre anni, è il simbolo della melodia italiana all'estero. Parlano i numeri. Diciotto anni di ribalta, spesso in vetta alle classifiche internazionali dei dischi più venduti: 80 milioni. Da venerdì a martedì 28, Bocelli affronta la sua dodicesima opera. Sarà Roméo nell'opera di Charles Gounod, Roméo et Juliette, in scena al Carlo Felice di Genova (repliche fino al 4 marzo). Dirige Fabio Luisi, direttore principale al Met di NY, la regia è di Jean-Louis Grinda, Maite Alberola sarà Juliette. Quello di Bocelli è un successo fuori dagli schemi, non da tutti metabolizzato. Guai! Gridano i critici che diventano erinni quando Bocelli si occupa di opera.

I critici della classica non sono mai stati teneri con lei...
«Sono contrariati dal successo popolare, il fatto che sia il grande pubblico a decretare la fortuna dell'artista dà fastidio. Però ci sono ancora i critici seri, che ascoltano e giudicano senza pregiudizi. Un artista, d'altronde, ha il dovere morale di seguire il proprio istinto e istanze interiori, senza preoccuparsi del giudizio che di lui si esprimerà».

Cosa l'attrae del ruolo di Roméo?
«Le nature passionali e romantiche come la mia non possono che rispecchiarsi in un personaggio come Roméo. Questa opera è stata per me un colpo di fulmine, me ne innamorai subito».

Cosa l'affascina di un teatro d'opera?
«Tutte le operazioni per preparare ciò che si andrà ad ascoltare. Il teatro è il mezzo grazie al quale si concretizza un'idea musicale».

Settimana scorsa, alla Scala di Milano, direttore e cantanti impegnati in «Aida» sono stati fischiati. Non è infrequente che ciò accada nei teatri italiani. Giusto esternare in questo modo il dissenso?
«Chi ama la musica dovrebbe applaudire se approva l'interpretazione, e semplicemente astenersi dal farlo se la prestazione non è di suo gradimento».

Non è infrequente che i nostri teatri finiscano per essere commissariati. Cosa non funziona nel sistema?
«È giusto che lo Stato sostenga anche economicamente la cultura, presupposto di ogni possibile crescita. Però qualsiasi forma di spettacolo dovrebbe saper camminare con le proprie gambe, guidata da chi possiede le capacità necessarie ad organizzare un'attività imprenditoriale. Diversamente, la politica esibirà il suo lato peggiore e i bilanci saranno sempre sofferenti».

Che ricordo ha di Withney Houston?
«Abbiamo perduto una delle più grandi voci del nostro tempo. Quando è scomparsa ero in tour in America, sul palco le ho voluto dedicare una bellissima preghiera Amazing Grace».

Ha affermato, «C'è musica classica talmente bella da diventare popolare e leggera, e c'è musica leggera talmente bella da diventare classica». A quale musica leggera alludeva?
«A tanti brani di Frank Sinatra, penso a My Way, a Strangers in the night, a Charles Aznavour, a quel pop che per scrittura, spunti melodici e armonia, si avvicina al concetto della classica».

Beatles compresi?
«Loro sono un fenomeno irripetibile, anche sociale nel senso che hanno interferito nel costume. Yesterday e The long and winding road sono dei semplici capolavori».

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