Mense e terreni d’oro: gli affari dei democratici diventano «un sistema»

GenovaLei, Marta Vincenzi, la sindaca, è abituata ad andare sola contro tutti nel partito. E anche ora, praticamente unica a Genova, oltre a una permanente di riccioli sale e pepe s’è messa in testa di spingere alla segreteria del «suo» Pd Ignazio Marino, il moralizzatore. Il partito ha bisogno d’una ripulita. E pazienza se il Secolo XIX, il quotidiano ligure, se ne esce proprio adesso con il titolo «Tangenti, il sistema Genova». E se le tangenti di cui trattasi sono quelle che secondo gli inquirenti avrebbero chiesto un suo ex assessore e un ex consigliere della maggioranza di centrosinistra del suo predecessore Beppe Pericu. Per far passare un progetto da 65 milioni in commissione urbanistica comunale.
Lei, la sindaca, queste cose le aveva già «risolte». Giusto un anno fa. Via l’assessore, via un altro assessore, via anche il suo braccio destro e via tutti i bracci sinistri tesi verso l’odore dei soldi: «Sono stata pugnalata alle spalle. Sono come Gesù con Giuda». Un rimpastone e via, la questione morale è a posto. Alla fine lasciano Palazzo Tursi due assessori del Pd (Paolo Striano e Massimiliano Morettini) e il superconsulente personale della sindaco, Stefano Francesca. Che erano accusati di essere al centro di un giro di mazzette per pilotare le gare delle mense.
Proprio in questi giorni poi arrivano le richieste di rinvio a giudizio per questa storia: secondo il pm solo Francesca, dello staff della Vincenzi, merita il processo. Striano (già uscito dall’inchiesta) e Morettini no, anche se la sindaco ormai li aveva già condannati politicamente fra i traditori degli amici e dei parenti. Lo scandalo insomma perde qualche pezzo pregiato, ma trova nuove strade da seguire. Perché per Massimo Casagrande e Claudio Fedrazzoni, consiglieri Ds dell’epoca Pericu, viene chiesto dal pm Francesco Pinto il rinvio a giudizio. E lo stesso Casagrande, intercettato per gli appalti delle mense, «entra» in un nuovo filone, quello appunto della compravendita del terreno che può valere 65 milioni di euro se il Comune darà il via libera al nuovo centro commerciale. Chi ascolta le conversazioni degli indagati sente parlare di un milione di euro chiesti da Casagrande e di 400mila euro che sarebbero stati chiesti («in momenti diversi e uno in assenza dell’altro») da Striano. Di nuovo lui, capogruppo della Margherita con Pericu, assessore dell’Ulivo con Marta Vincenzi, indagato e poi prosciolto con il pm Pinto. A leggere le carte c’è una sorta di continuità. Il «sistema Genova» come lo definisce il Secolo XIX. Cambiano i sindaci, ma non il colore delle maggioranze e il «sistema». Perché dalle mense ai terreni da edificare emerge la stessa strada da seguire. Per le bonifiche ambientali, idem.
A corroborare i sospetti del pm ci sono poi le parole degli imprenditori coinvolti nel giro delle mazzette. Come già nel caso dello scandalo delle mense, anche per la vicenda del terreno da 65 milioni, un immobiliarista lombardo, Michelino Caparelli, spiega ai magistrati di aver ricevuto richieste di denaro. I suoi contatti sarebbero stati ancora una volta Casagrande e Striano, elementi di secondo piano del partito e dell’amministrazione comunale, che negano decisamente di aver chiesto tangenti. E spiegano le intercettazioni - è il caso di Casagrande - con il tentativo dei protagonisti della compravendita di tirare sul prezzo, inventando ulteriori costi non previsti.
In tutte le inchieste compare poi sempre un imprenditore, Gino Mamone, attivo nel campo delle bonifiche e non solo. È in contatto con tutti, vince praticamente tutti gli appalti, finisce per essere sempre indicato come il responsabile del «sistema Genova». Le sue aziende però continuano a lavorare con le amministrazioni locali. Cadono gli assessori, vengono tagliati i rami con le «mele marce», le maggioranze tengono. Come il «sistema Genova».

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