Certo che, quando parla, Francesco De Gregori è uno spettacolo di lucidità e di idee chiare, che possono anche non essere condivise ma spiccano per determinazione e fondamento. Soprattutto spiccano per contrasto rispetto a una scena musicale che sempre più raramente ha voglia e coraggio di prendere una posizione che violi l'ormai quasi obbligatoria noiosa diplomazia. E così è stato anche ieri quando si è seduto sulla sedia da regista del Teatro Out Off di Milano per presentare il docufilm diretto da Stefano Pistolini che andrà in onda su Rai3 il 4 giugno e annunciare anche un disco dal vivo e altre due "residenze", ossia serie di concerti nello stesso posto (dal 27 ottobre al Teatro Sala Umberto di Roma e dal 25 novembre qui al Teatro Out Off). Il tutto sotto l'egida Nevergreen (Perfette Sconosciute), anche questo molto in controtendenza rispetto alle mode.
Francesco De Gregori, perché Nevergreen?
"Perché metto in scaletta canzoni che, a differenza degli evergreen, non saranno mai famose. Con un innesto maccheronico, le ho ribattezzate Nevergreen. Quindi in questi concerti non farò mai Donna cannone o Rimmel, il pubblico è avvisato e non potrà chiedere il rimborso...".
Quale suo "Nevergreen" le viene in mente?
"Mah, ad esempio La ragazza e la miniera, I matti, San Lorenzo, Deriva".
Lei va poco in tv eppure in prima serata su Rai3 ci sarà il suo Francesco De Gregori - Nevergreen.
"Intanto la parola biopic mi dà fastidio quasi quanto sold out. Ormai si prende un artista, gli si fa una intervista di due ore, poi si intervistano parenti e amici e, se l'intervistato è molto giovane, anche i nonni (sorride - ndr). Il film dedicato a me invece è musicale. Non è un film patinato, piuttosto è un film grunge".
Come le è sembrato il biopic su Bob Dylan?
"Brutto, decisamente brutto".
Perché "sold out" la infastidisce?
"Tutti parlano di stadi, ci si riempie la bocca di cifre. Ma c'è gente che fa musica e non riesce neanche a suonare in posti da cento persone, altro che i teatri. La musica che parte dal basso deve essere aiutata. E lo dico io che, se non fosse stato per un piccolo localino, forse oggi non sarei neanche qui. Diciamo che il gigantismo mi imbarazza".
Il gigantismo fa rima con algoritmo.
"Stamattina ho letto l'enciclica del Papa Magnifica humanitas che non parla male dell'intelligenza artificiale ma soprattutto dell'algoritmo perché non possono essere gli algoritmi a illuminarci sulle cose da fare. Anche nella musica oggi è spesso l'algoritmo che decide che cosa promuovere o produrre. Ma io semplicemente non gli do retta e voglio governare io le mie cose. Non ho nulla contro questo tipo di musica, semplicemente non mi appartiene nemmeno come ascoltatore, se non sporadico".
Oggi un brano come Rimmel piacerebbe all'algoritmo?
"La risposta è no, una canzone così non troverebbe spazio. Ma probabilmente avrei dei problemi anche se scrivessi Yesterday (per i pochi che non lo sanno è un capolavoro dei Beatles - ndr)".
C'è chi dice che lei pubblichi troppi dischi live.
"Uno può anche fregarsene e non ascoltarli. Quello che sto facendo oggi (tratto dai concerti milanesi del 2024 che uscirà il 16 ottobre - ndr) avrà poca post produzione. Sento molti concerti che, grazie alla tecnologia, sembrano dischi. Questo sarà piuttosto un disco che sembra un concerto".
A proposito di concerti, l'altra volta sono venuti a trovarla sul palco tanti amici, da Zucchero a Elisa.
"A ottobre e novembre non ci saranno ospiti anche perché questo rituale dell'ospite mi ha un po' stancato. Preferirei chiedere ad amici musicisti di venirmi a trovare, come ad esempio Enzo Avitabile".
Dal palco, ma non solo, tanti grandi nomi come Bruce Springsteen fanno politica, lanciano proclami, criticano, esortano.
"Provo un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo parla di politica o di questioni internazionali. Si dice che l'artista voglia sensibilizzare. Ma perché? Il loro pubblico non è abbastanza sensibile. Le situazioni vanno analizzate con estrema cura e il proclama dal palco mi lascia indifferente. Io sensibilizzo attraverso le mie canzoni, non faccio proclami su Gaza o Israele perché, per dirla con Whitman, io contengo moltitudini, il mio pensiero non è totalitario e non mi sento di dare o prendere lezioni da nessuno".
De Gregori non è mai
andato al Festival di Sanremo. Cambierà idea?"Quando avevo 16 anni pensavo già di fare il cantante e amavo i cantautori. Al Festival si suicidò Luigi Tenco e allora giurai che non ci sarei mai andato. A nessuna condizione".