«Aperitivo» con la big band di Lebovich

Domattina il trombonista israeliano e un'orchestra jazz di undici elementi

Luca Testoni

Jazz come musica della Diaspora. Delle culture nere nel mondo. Ma non solo. Già, perché il concetto sembra calzare a pennello anche alla Diaspora del popolo ebraico.

Gianni Gualberto Morelenbaum, brasiliano di nascita, di madre ebrea polacca (ma da una vita di stanza a Milano...), storico direttore artistico di «Aperitivo in Concerto», non nutre nessun dubbio a riguardo. E lo ha dimostrato una volta di più anche col cartellone 2016-2017 della rassegna cara al gruppo Mediaset, ospitata come da tradizione al Teatro Manzoni. Un cartellone in cui la musica improvvisata made in Usa va a braccetto con le nuove tendenze jazzistiche di Israele.

È davvero impressionante, per un Paese di appena 7 milioni di abitanti, la quantità e qualità di grandi musicisti che si sono imposti in maniera prepotente nel panorama jazz internazionale. Tanto che da più parti si indica il movimento jazz israeliano come il più importante dopo quello americano.

Domani mattina (ore 11), unica italiana per il trombonista Avi Lebovich, alla testa di una big band composta da 11 musicisti in cui spicca la presenza del quotatissimo pianista-compositore Omer Klein, allievo di Danilo Perez e Fred Hersch.

Si può tranquillamente osservare come i principali jazzisti israeliani, pur nelle loro differenze, mostrino alcune caratteristiche comuni: una grandissima padronanza tecnica; notevoli qualità compositive che denotano una profonda conoscenza del linguaggio del jazz, senza però mai rinnegare le proprie origini, sia attraverso la fusione di elementi e sonorità mediorientali, sia con il frequente uso di pezzi della tradizione folkloristica israeliana; nonchè un'innata predisposizione ad eseguire delle melodie belle ed accattivanti. Elementi facilmente identificabili nelle sonorità rpodotte dall'orchestra capitanata da Lebovich che, sino alla sua fondazione nel 2003, ha fatto da vera e propria palestra per un'intera generazione di improvvisatori israeliani e arabo-israeliani.

Che cosa attendersi dal live domenicale? Per dirla con gli organizzatori, una rilettura del linguaggio mainstream delle tradizionali big band degli ultimi 30 anni, senza intenti enciclopedici, ma con un fortissimo senso della contemporaneità e della «inclusività» culturale.

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