Appalti Expo e indagini Ecco le carte di un caso che può far saltare Sala

«Qui l'unica cosa che non manca sono i soldi» E si riaprono i giochi nell'inchiesta del 2015

Luca Fazzo

«Qui l'unica cosa che non manca sono i soldi», diceva Beppe Sala ai padroni della Mantovani, l'azienda che aveva conquistato con un ribasso mostruoso l'appalto per la piastra di Expo, e che temevano di non rientrare dei costi. Quella frase, e gli altri passaggi della vicenda in cui compare il nome di Sala, non erano sembrati sufficienti alla Procura per indagare l'ex commissario straordinario di Expo, oggi sindaco di Milano. Ma ieri, a sorpresa, i giochi si riaprono. La Procura viene esautorata dalla conduzione dell'indagine, giudicata troppo morbida. Il fascicolo passa in mano alla Procura generale, che ritira la richiesta di archiviazione presentata dai pm per i due manager di Expo e i tre imprenditori finiti sotto inchiesta. Ora i ventuno faldoni di carte tornato sotto la lente di ingrandimento. E insieme al ruolo dei manager, inevitabilmente, il procuratore generale Felice Isnardi valuterà anche quello di Sala, la cui figura aleggia su tutti i passaggi chiave della vicenda. E il cui nome compare più volte nella richiesta di archiviazione.

LA FASE LABORIOSA

Al centro dell'inchiesta, c'è l'appalto conquistato da Mantovani con un ribasso del 42 per cento. Scrivono i pm: «Prima dell'aggiudicazione formale, pur a fronte della evidente vittoria da parte di Mantovani, vi è una laboriosissima fase che coinvolge Rognoni, Paris, Sala ed altri, volta ad ottenere dall'impresa una garanzia aggiuntiva, come se la gara pur vinta in maniera sorprendentemente netta, provocasse qualche imbarazzo».

LA PROMESSA DI LAVORI

Alla Mantovani, che dopo avere fatto un offerta insostenibile si lamenta di lavorare in perdita, i vertici di Expo promettono irregolarmente nuovi lavori. Vengono incriminati solo Angelo Acerbo e Antonio Paris, ma in più passaggi si dice che anche Sala sapeva. Dice Piergiorgio Baita, della Mantovani: «Quando Rognoni si rese conto che noi non avremmo accettato di lasciare il passo a Pizzarotti, mi disse esplicitamente di sottostare alle sue condizioni perché quelli di Expo non contano niente. Nel corso di quella riunione, presente Sala, ebbi modo di constatare che Rognoni aveva un peso decisivo nella intera regolamentazione dell'affare posto che lo stesso Sala mi propose le stesse condizioni che Rognoni mi aveva prospettato».

LA PROMESSA

Chiedono i pm a Carlo Chiesa, responsabile dell'appalto per Expo: come è possibile che la Mantovani si sia fidata ad eseguire lavori prima dei supporti autorizzativi necessari? «Secondo quello che lo stesso Paris mi disse, Mantovani non si fidava di quello che Paris gli assicurava e si relazionava direttamente con Sala, dal quale riceveva assicurazioni nello stesso senso; l'intesa era che Mantovani se avesse finito l'opera per tempo sarebbe stata ristorata dei costi sostenuti». E Rognoni: «Che Chiesa abbia dovuto dare corso ad accordi che facessero rientrare la Mantovani nella remuneratività dell'appalto non mi stupisce in quanto sono stato testimone del fatto che Sala ha intrattenuto rapporti con il figlio di Chiarotto (proprietario dell'azienda) e con il presidente di Mantovani, in cui Sala gli ripeteva che "in questo contesto l'unica cosa che non manca sono i soldi", facendo chiaramente capire che vi era disponibilità della stazione appaltante a deliberare risorse in favore dell'appaltatore».

«CONTROLLI, NO GRAZIE»

I pm a Chiesa: non la preoccupò il fatto che uno sconto eccessivo rendesse di fatto impraticabile l'offerta? «Sì, era una preoccupazione che avevo avuto in quanto si trattava di un ribasso superiore al 40 per cento». Perché allora non avete provveduto alla verifica di congruità? «Proposi alla stazione appaltante di non fare le verifiche di congruità nelle persone di Paris e Sala le quali hanno accolto la proposta alla luce delle mie motivazioni». E cioè che bisognava fare in fretta.

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