Boutique sull'Ape Car: venditrici infedeli nei guai

Condannate per frode in commercio due collaboratrici della stilista che ebbe l'idea

Si è sentita tradita dalle sue «collaboratrici storiche» e «amiche», le ha citate in giudizio e ha ottenuto a loro carico una condanna in primo grado. Valeria Ferlini, bella ed elegante signora nata a Verona, è stilista e imprenditrice a Milano con sede in centro. A fine anni Novanta si è inventata un sistema di vendita che oggi siamo abituati a vedere per le strade ma che allora era una novità: la boutique itinerante su una Ape Car. In poco tempo i negozi su tre ruote con i capi creati da Valeria Ferlini sono diventati la sua fortuna e le sono valsi premi. Si sono diffusi in altre città e nei posti di mare più esclusivi. Ma due venditrici di Roma di 55 e 57 anni non hanno «pugnalato alle spalle» la datrice di lavoro.

La denuncia della stilista, nata dalla segnalazione di una cliente, è del 2012. Assistita dall'avvocato Gabriele Maria Vitiello, ha chiesto giustizia davanti al Tribunale di Roma. Alla base del successo dell'«Ape Malandra» c'è il fatto che vende solo abiti prodotti con i marchi registrati della società Moving Shop Malandra s.n.c. Tra l'altro Ferlini ha dotato il negozio in movimento di un riconoscibile allestimento e grazie a un accordo in esclusiva con la Piaggio del 2004 ha brevettato il veicolo. Il contratto con le venditrici riporta il divieto di vendere sull'Ape prodotti di altri marchi. Le collaboratrici romane però sono accusate, come è scritto nella denuncia, di aver intrapreso un «commercio parallelo» proponendo abiti «spacciati» per autentici. Sfruttando il richiamo del veicolo bianco e rosso.

Due giorni fa le imputate sono state condannate (a sette anni dalla denuncia, la prescrizione non è lontana) per frode in commercio dal giudice Chiara Riva a una pena pecuniaria di 2mila euro. Oltre a un risarcimento a Ferlini, parte civile nel processo, che dovrà essere stabilito in sede civile. Il pm, contestando più di un episodio, aveva chiesto un anno di reclusione. Sottolinea la stilista, che ha deciso di collaborare solo con donne e da anni coinvolge nella produzione le detenute di San Vittore: «Si chiude in parte un triste capitolo in cui le due venditrici hanno bucato in tutti i sensi il progetto in termini di lealtà, correttezza e onestà intellettuale e comportamentale. Ogni menzogna è un debito con la verità. Oggi ringrazio per questa sentenza». Così l'avvocato Vitiello: «Siamo pienamente soddisfatti. Con la condanna certamente è stata provata la frode in commercio e con tale condanna è stato tutelato il marchio e la società di Valeria Ferlini». Si dicono «moderatamente soddisfatti» anche i legali delle imputate. È stata riconosciuta «la responsabilità nella frode in commercio per un unico episodio - spiega all'Adnkronos l'avvocato Fiammetta Fiammari -. Stiamo valutando gli estremi di un appello per la confusione di quanto dichiarato dai testi, sebbene la sentenza a noi non dispiaccia, rispetto alla fattispecie enorme delineata». E l'avvocato Domenico Battista: «È una sentenza sostanzialmente assolutoria, salvo una minima ipotesi su cui è stata ritenuta sussistere la condotta, tra l'altro un singolo capo di minimo valore, per l'esattezza un poncho».

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