"A Bresso multe e bimbi all'altoparlante"

Il sindaco: età dei contagi scesa a 55 anni, chiudere tutto per riaprire prima

È stato uno dei primi focolai del Milanese. L'emergenza Covid-19 a Bresso, 26mila abitanti, è partita dal Circolo dei lavoratori Libertas di via Cavour. Andando a ritroso sembra che il «paziente zero» fosse un milanese, residente in zona Niguarda, che andava ogni giorno a giocare a carte al circolino e avrebbe contagiato altri anziani ai tavoli. Il primo allarme è scattato il 28 febbraio, poi l'epidemia si è diffusa rapidamente.

Simone Cairo, sindaco leghista di Bresso, com'è la situazione oggi?

«Purtroppo dall'inizio dell'emergenza abbiamo registrato 20 decessi, erano persone di età media molto elevata. Siamo arrivati a 121 contagiati ma voglio sottolineato che dal 12 marzo si sono aggiunti solo 60 casi, c'è stato un raddoppio degli ammalati ma la crescita è lineare, in altri Comuni della Città metropolitana è di 5 volte tanto. Questo ci fa pensare che le misure subito molto restrittive abbiano funzionato».

Lei ha applicato subito divieti stringenti, prima che arrivassero i decreti del governo o della Regione.

«Abbiamo anticipato con ordinanze dei provvedimenti che poi sono stati adottati a livello regionale e nazionale, tra il 28 febbraio e inizio marzo abbiamo vietato sport sia all'aperto che in palestra, chiuso bar, attività commerciali, biblioteche, cimiteri, aree gioco, mercati prima ridotti e poi chiusi del tutto, ingresso contingentato nelle aree cani. E i sindaci di Milano nord hanno sigillato prima parchi e giardini, con le città chiuse i raggruppamenti di persone e feste si erano trasferiti sulle aree verdi».

Come hanno reagito i cittadini?

«Con grandi proteste all'inizio, non capivano perché dovessero sottoporsi a misure più severe rispetto ad altri Comuni, poi si sono resi conto della gravità della situazione e si sono adeguati».

Non avranno inciso anche le multe?

«I decreti hanno previsto denunce penali ma ho aggiunto sanzioni amministrative da 50 a 500 euro per chi violava le prescrizioni, diciamo che toccare portafogli ha convinto anche i più reticenti a rimanere a casa. L'aiuto dell'esercito richiesto dalla Regione è stata una scelta molto utile per rafforzare i controlli. E anche il piano di comunicazione credo che abbia avuto una buona parte».

Cosa avete previsto?

«Subito circa 15mila volantini distribuiti grazie a volontari e protezione civile nelle cassette della posta con tutte le informazioni su rischi, misure di prevenzione e divieti, poi siamo stati tra i primi a far girare le auto della polizia con l'invito del sindaco a rimanere a casa diffuso con l'altoparlante. In seguito abbiamo registrato e diffuso messaggi audio di 30-40 bambini ai nonni, per convincerli a non uscire, hanno colpito molto».

Ci sono delle resistenze, è giusto secondo leo chiudere le attività produttive?

«Per salvaguardare il sistema produttivo italiano e lombardo bisogna chiudere tutto ciò che non è veramente essenziale e subito perchè solo così potremo riaprire prima, se aspettiamo ancora la crisi durerà più a lungo. Il modello di Bresso va in quella direzione: fino al 15 marzo l'età media degli ammalati era di 75 anni, negli ultimi giorni è scesa a 50/55, si tratta di persone che ancora lavorano. Se chiudiamo il possibile per due settimane stronchiamo la crescita e evitiamo che il sistema sanitario imploda».

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