E per il crac dell'ospedale un solo condannato

Il processo sui conti di via Olgettina: cinque anni di carcere per il costruttore Zammarchi, assolti in quattro

Mentre il «nuovo» San Raffaele affronta il nodo dei licenziamenti, la vicenda giudiziaria nata dal crac della vecchia gestione - quella del padre fondatore Luigi Verzè - si arricchisce di una puntata che toglie dai guai una parte dei presunti complici dello svuotamento delle casse. Dopo una lunga camera di consiglio, il tribunale ieri sera assolve tre dei quattro imputati di associazione e delinquere e bancarotta che avevano scelto di affrontare il processo.

In pratica, viene condannato solo Pierino Zammarchi, il costruttore accusato di avere fornito l'apporto più consistente alla creazione dei fondi neri da parte di Mario Cal, il braccio destro di Verzè morto suicida due estati fa: il tribunale gli concede le attenuanti generiche e lo condanna a cinque anni di carcere, oltre a risarcire immediatamente ottocentomila euro. Vengono assolti invece il figlio di Zammarchi, Giovanni Luca, l' imprenditore Fernando Lora e il suo manager Carlo Freschi. La loro battaglia giudiziaria si rivela vincente: non facevano parte della «banda» del San Raffaele, dice la sentenza, e non hanno gonfiato il prezzo dei lavori fatti per l'ospedale.

In qualche modo, la sentenza - pronunciata dal presidente della terza sezione, Patrizia Lacaita - ridimensiona la portata dell'indagine principale. Viene confermata, come sosteneva la Procura, l'esistenza di una associazione criminale che si era di fatto impadronita dell'ospedale, ma ne viene ristretto il numero dei membri: oltre a Zammarchi e ai due defunti, Cal e Verzè, c'erano solo Mario Valsecchi, il direttore amministrativo che ha già patteggiato una pena di due anni e dieci mesi, e Piero Daccò, che sta scontando nel supercarcere di Opera una condanna a dieci anni per concorso in bancarotta fraudolenta.

Ed anche la condanna inflitta a Daccò è, secondo i giudici che si sono espressi ieri, in parte eccessiva: vengono infatti dichiarati «non sussistenti» due robusti casi di sovraffatturazione per i quali Daccò era stato dichiarato invece colpevole dal giudice che lo aveva giudicato a suo tempo con rito abbreviato. Si tratta delle sovraffatturazioni contestate dalla Procura a Valsecchi junior e alla Progetti srl, la società di Lora e Freschi, e per le quali i tre imprenditori ieri vengono assolti per insufficienza di prove.

É un risultato che adesso Piero Daccò - considerato dalla Procura della Repubblica il «dispensiere» dei fondi occulti per Roberto Formigoni - potrà cercare di fare valere in vista del processo d'appello fissato per il prossimo giugno: e magari anche per cercare di interrompere un carcere preventivo che, caso più unico che raro, si trascina ormai da un anno e otto mesi. Una carcerazione che Daccò a lungo ha ritenuto che avesse come obiettivo quello di arrivare, attraverso di lui, a colpire Roberto Formigoni: ma che adesso, con l'ex governatore ormai inquisito e prossimo alla richiesta di rinvio a giudizio per corruzione nel troncone di indagine relativo alla fondazione Maugeri, diventa difficile spiegare.

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