Ecco la nuova moschea: nel quartiere Stadera si prega in un condominio

I venerdì d’agosto, strano a dirsi, sono quelli del pienone. I condomini guardano da dietro le finestre: «Ma com’è possibile che il Comune abbia dato il permesso a una roba del genere?».
Nel cortile, sotto le finestre, ci sono un centinaio di persone. Tante altre sono dentro il capannone. Musulmani. Sono raccolte in preghiera ormai da circa mezz’ora. Il rito arriva al culmine. Dopo il sermone dell’imam ci si prepara alla Salat. I fedeli si allineano con grande precisione per l’invocazione finale. «Ecco, ci siamo, ora possiamo uscire». Sì perché l’assembramento nel cortile su cui si affacciano i due palazzi di via Stadera 18 impedisce alle famiglie di usare il box, ostruito da decine di persone. «Non è gente cattiva - dice uno dei residenti ai piani superiori - ma non puoi mica dirgli niente, non ti ascoltano. Non ti capiscono, oppure fanno finta».
Così, forzatamente, la convivenza va avanti fra grossi problemi. «Nei giorni normali - assicurano i residenti - ci sono sempre una trentina di persone». In questi venerdì d’agosto si superano i cento. Prima erano ancora di più. Poi i responsabili del centro, frequentato soprattutto da marocchini e egiziani, hanno deciso di prendere in affitto una vicina palestra in via Gallura per la preghiera più importante della settimana. È stato nel corso di una di queste riunioni che i frequentatori del centro, l’anno scorso, dettero a un finto padre (in realtà era il cronista di una tv privata) delle informazioni sulla pratica dell’infibulazione da praticare alle figlie. Ora comunque il centro è chiuso, e - per la gioia degli altri inquilini - si è tornati negli spazi condominiali di via Stadera, dentro un capannone ex artigianale che confina fra l’altro con un centro evangelico. I responsabili del centro dicono che il loro è «un centro culturale».
I vicini conservano nei cellulari le foto di queste preghiere: «Uno dei problemi - raccontano - è quello degli altoparlanti. Ma che bisogno c’è di fare tutto questo rumore in un ambiente così piccolo? E poi com’è possibile che abbiano avuto i permessi per fare queste cose? Abbiamo anche ricevuto la visita di un assessore. Poi non ne abbiamo saputo più niente. Il problema in viale Jenner invece lo stanno risolvendo».
In effetti sul fronte istituzionale tiene banco ancora il caso-Jenner, con il consueto «stop and go». Sembrava che l’asse fra Palazzo Marino e la prefettura fosse favorevole a un’accelerata, poi l’altra sera è arrivata la gelata leghista: «La moschea di Milano? Spero di no» ha detto il leader leghista Umberto Bossi, commentando l’auspicio proveniente dal vicario episcopale, monsignor Erminio De Scalzi, che aveva chiesto luoghi di preghiera per tutti in città, per i cristiani e come anche per i musulmani.
Ora anche la Lega locale frena. Finora il Carroccio era sembrato disponibile a trovare una qualche soluzione più stabile per l’Istituto islamico di viale Jenner, con l’obiettivo di liberare i residenti da una presenza sempre molesta. Ora il capodelegazione leghista in Regione, Davide Boni, fa capire che si può anche chiudere definitivamente viale Jenner senza aprire una nuova moschea: «Mi sembra fuori luogo - dice Boni - il fatto che si stia insistendo sulla realizzazione di una nuova moschea a Milano, quasi che questa rappresenti il problema più importante che il capoluogo lombardo sia chiamato a risolvere».

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