Fallimento della Fnac, tre condanne

I manager in Italia e quel buco da 157 milioni che i francesi dovevano ripianare

Doveva essere il tempio milanese della multimedialità, l'avamposto di una catena famosa in tutta Europa per i suoi super negozi dove nessuna richiesta del cliente - da un film a un videogame, da un album a un computer - sarebbe rimasta insoddisfatta. E per qualche anno la Fnac di via Torino ha assolto a un compito. Ma il crepuscolo dei suoi conti si è trasformato in un pasticcio che ora sta costando cara ai vertici del colosso francese che la controllava, accusati di avere portato Fnac Italia verso la chiusura facendo carte false per non venire chiamati a rispondere del buco. Andò a finire che Fnac venne venduta per un euro a un fondo di venture capital del Lussemburgo e di lì a poco il negozio su quattro piani abbassò le saracinesche lasciando a spasso cento dipendenti.

Ieri il giudice Guido Salvini ha tirato le fila dell'indagine avviata dalla Procura all'indomani dell'ammissione di Fnac al concordato preventivo e arrivano le prime condanne: tre anni di carcere per gli ex presidenti di Fnac Italia Cristophe Deshayes e Charles Claret de Fleurieu e per il consigliere Mattieu Malige che hanno scelto il rito abbreviato, mentre vengono rinviati a giudizio Andrea Nappa, Paolo Scarlatti ed Enrico Ceccato, tutti esponenti del fondo di investimento che rilevò praticamente a costo zero Fnac Italia, dove erano stati appena versati dai francesi 25 milioni di euro di liquidità: soldi che non si sa che fine abbiano fatto. La Procura aveva chiesto di processare anche i legali di due studi colossali (Nctm e Bonelli Erede) che avevano fatto da consulenti all'operazione, ma il giudice Salvini ha prosciolto entrambi.

L'inchiesta della Procura si era incentrata su due lettere: con la prima nel maggio 2012 Fnac Sa - la capogruppo francese - si impegnava a farsi carico del «buco» della consociata italiana che in dieci anni di attività aveva accumulato perdite per 157 milioni di euro, evitando così la chiusura e il fallimento; nella seconda, in novembre, i francesi ridimensionavano bruscamente la portata dell'impegno, scrivendo che la garanzia sarebbe cessata appena avessero ceduto il controllo della filiale italiana: cosa che avvenne subito dopo. Secondo gli inquirenti, la decisione di mollare l'Italia era presa dall'inizio. Dettaglio curioso: nel frattempo erano stati pagati per intero i debiti verso i fornitori vip, come Disney e Sony, quelli che i francesi tenevano a tenersi buoni, lasciano gli altri creditori alle prese con il concordato preventivo.

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