Il Giappone tra Eros e Thanatos negli scatti di Nobuyoshi Araki

Alla Galleria Sozzani l'immaginario di un artista trasgressivo

Francesca Amè

Amore, anzi morte. Anzi Araki, ovvero Nobuyoshi Araki, uno dei fotografi giapponesi contemporanei più raffinati e complessi. Il suo «Araki Amore» (da giovedì fino al 12 febbraio, dalle 10.30 alle 19.30) occupa gli spazi della Galleria Carla Sozzani, in corso Como, con scatti, in parte inediti, realizzati dall'artista nell'ultimo biennio. Conturbante e sperimentale, Araki è la quintessenza del Giappone di oggi, quello che continua ad affascinarci perché non riusciamo a capirlo fino in fondo: il collezionismo di arte nipponica, anche contemporanea, è in aumento, le mostre di arte orientale non mancano, ma richiede pazienza e dedizione cogliere la vera anima del Sol Levante di questo millennio.

Da Carla Sozzani abbiamo la possibilità di aggiungere un tassello importante a questo puzzle. Troviamo infatti un centinaio di lavori realizzati dall'artista, classe 1940, la cui passione per indagare gli istinti primordiali della sua terra non è mai sopita. Celebre, negli anni Ottanta, in una Tokyo in pieno boom economico, il suo fotoreportage sui locali a luci rosse della capitale («Tokyo Lucky Hole»). Seguirono da allora mostre e premi in mezzo mondo, grazie a una fotografia d'autore esteticamente ineccepibile ma mai leziosa, mai «pubblicitaria». C'è molto eros anche in questa mostra milanese: i candidi corpi femminili paiono evocazioni, mai ostentazioni, che emergono dagli sfondi scuri o finemente decorati. Il nudo resta una delle cifre stilistiche di Araki, che nelle sue ricercate inquadrature ci presenta il suo mondo onirico dove ballerine, bambole, fiori e pupazzi vivono insieme. Assistiamo così al suo inno alla bellezza, ma con una malinconica nota di consapevolezza che quanto impresso sulla carta fotografica duri giusto il tempo di un'istante. Sono passati molti anni da quando Araki girava per le vie di Tokyo, tra i karaoke.bar affollati del centro o per le strade della metropoli: alcuni dei simboli di allora sono rimasti (giocattoli che, come Hello Kitty, sono entrati nell'immaginario di tutti, ad esempio), altri sono stati sostituiti. Scene a sfondo bondage, riferimenti alla cultura manga o al cinema di fantascienza alla «Godzilla» ci raccontano di un Giappone che si porta ancora in tasca i simboli della tradizione ma che sente la necessità di nuovi miti in cui credere. Lo stesso lavoro di Araki è un continuo andirivieni tra passato e presente: è lui stesso infatti a rielaborare vecchi scatti o a stampare suoi negativi risalenti a decenni passati, in un processo creativo che pare non avere mai fine.

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