"In guerra con armi spuntate. Così i medici-soldati muoiono"

Il presidente dell'Ordine di Milano: "Ci hanno dato 10 mascherine a testa in un mese. E nessun tampone"

«Un medico morto, oltre a essere un dramma per la sua famiglia, è anche un soldato in meno del Servizio sanitario nazionale in questa guerra logorante». Roberto Carlo Rossi, presidente dell'Ordine dei medici di Milano riassume così le condizioni di lavoro dei medici di base e delle guardie mediche: zero mascherine e zero tamponi.

Dottore, non ci sono stati progressi su questo fronte?

«Purtroppo no, nonostante i nostri ripetuti appelli. La scorsa settimana in alcuni studi medici, non in tutti, sono state consegnate dieci mascherine chirurgiche. Insieme a qualche flacone di disinfettante e a qualche scatola di guanti. Dieci mascherine a testa in un mese di emergenza Coronavirus...».

Quanto durano?

«Considerato che sono monouso, che servono ai dottori, alla segreteria, ai pazienti con sintomi, direi al massimo due giorni».

Nulla.

«Ribadisco che per l'Oms la dotazione minima di un medico che visita in questo momento è composta da mascherina, occhiali e visiera, guanti, camice idrorepellente. Invece noi siamo mandati in guerra con le armi di legno. Non meravigliamoci poi se i soldati muoiono».

Perché i vostri appelli non sono ascoltati?

«Non capisco, dopo quasi un mese di allarmi mi pare che questo sia un problema che non si vuole risolvere. Invito i politici a venire a turno nelle sedi della continuità assistenziale o alle visite a domicilio, indossando le stesse (non) protezioni che hanno i dottori. Mi soffermo sulla guardia medica, dove si corrono i rischi maggiori. Non si può continuare così, il pericolo è di dover sospendere il servizio».

I tamponi invece?

«Ancora peggio. Non si fanno ai medici, non si fanno ai pazienti con sintomi e neppure a chi ha avuto un contatto diretto con un positivo. Una scelta molto discutibile. Non dico di farli a tappeto, ma per queste categorie sono uno strumento vitale. O il contagio non si ferma».

Quelli di voi che ancora stanno bene sono in studio. Ricordiamo le regole per i vostri pazienti.

«Non recarsi direttamente dal medico per i controlli di routine, rimandare ciò che è rimandabile. L'accesso allo studio deve avvenire solo dopo il triage telefonico, con cui il medico valuta le esigenze del paziente e se ritiene necessario visitarlo lo convoca in ambulatorio. Questo deve avvenire in numeri ridotti e con appuntamenti lontani l'uno dall'altro».

Se le cose vanno male?

«Se i sintomi respiratori peggiorano, chiamare il 112 per l'eventuale trasferimento in ospedale».

Molti vi chiedono anche consigli e informazioni.

«Oggi più che mai rassicuriamo e diamo supporto psicologico. Comporta lunghe telefonate, ma lo facciamo con piacere. Serviamo a questo. Molti cittadini si allarmano ed è meglio guidarli. Così non si intasano gli ospedali e si invia solo chi ne ha davvero bisogno».

I più ansiosi che chiamano sono gli anziani?

«Veramente no. Loro sono attenti e molto consapevoli. I più preoccupati sono giovani, persone di mezza età, genitori di bimbi e ragazzi».

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