«Io, uno sbirro sulle orme di mio padre»

È il più giovane dirigente che la squadra mobile di Milano abbia avuto da tanto tempo Alessandro Giuliano, 42 anni compiuti lo scorso 21 maggio. Tuttavia ci tiene subito a precisare di essere «giovane solo anagraficamente: in realtà ho alle spalle quasi 20 anni di polizia giudiziaria».
Abito blu elegante, sorriso aperto, molto cortese, il figlio di Boris Giuliano - anche lui dirigente della squadra mobile, ma a Palermo, nel 1979 quando, a 49 anni, venne ucciso al bar, mentre beveva il caffè, dal mafioso Leoluca Bagarella, che gli sparò sette colpi di pistola alle spalle - ammette di essere schivo e di non voler assolutamente parlare della propria vita privata. Tuttavia riusciamo a strappargli quelle poche parole che dimostrano che raccogliere il testimone lasciatogli dal genitore, per uno come lui, è stato quasi un atto naturale, consequenziale.
«Io sono cresciuto dentro la polizia, sin da ragazzino ho frequentato quell’ambiente - ammette Giuliano -. È un lavoro che conoscevo bene e che mi piaceva sin da allora, anche quando mio padre era ancora vivo. Per questa ragione, come tante altre persone, ho scelto di fare il suo mestiere. A prescindere da come sono andate le cose. Ma non parlo di mio padre, della mia infanzia. Ho in mente tante sensazioni, tanti ricordi di lui, ma non li racconto».
Milano è una bella sfida...
«Ma io amo le sfide e adoro l’adrenalina. Milano è il massimo per chi fa questo lavoro, anche perché non è il solito lavoro. Si tratta di un impegno emozionante 24 ore su 24. E qui lo è ancor di più, perché devi confrontarti ogni giorno e direttamente con problemi diversi, grandi e piccole indagini, che riguardano comunque tutte la vita dei cittadini, la loro percezione della sicurezza».
Va bene l’adrenalina, ma l’incarico è complesso, Milano non è stata mai una passeggiata per chi ha occupato la sua poltrona, ne è cosciente, vero?
«Certo, non solo l’incarico, ma anche la realtà di questa città è particolarmente complessa. Tuttavia bisogna dire che trovo un ufficio in perfetta efficienza, in grado di svolgere le grandi indagini come quelle sui reati minori, perché così mi è stato lasciato dal mio predecessore, un uomo e un poliziotto che ammiro molto, l’attuale questore vicario di Bergamo, Francesco Messina, che conosco e stimo da vent’anni».
Dopo aver lavorato alle Volanti e alla Criminalpol qui a Milano, lei, nella sua carriera, ha ricoperto incarichi alla squadra mobile di Napoli, al Servizio centrale operativo (Sco) a Roma, è stato dirigente alla squadra mobile di Padova e poi a quella di Venezia. Proprio a Padova si confrontò con il serial killer Michele Profeta. Come ricorda quel periodo?
«Furono giorni infernali, non dormimmo mai e dovemmo lottare contro il tempo perché non sapevamo chi fosse quell’assassino, quando e se si sarebbe fermato».
Pensa che ci si aspetti molto da lei, forse di più che da un «normale» dirigente della squadra mobile?
«Non saprei. Io ce la metterò tutta in ogni caso, a prescindere da quello che ci si aspetta».
Se potesse cambiare qualcosa della sua vita professionale?
«Premesso che tutte le città dove sono stato vengono scelte dall’amministrazione, e non da me, sono contentissimo di tutte queste destinazioni. Naturalmente anche di quest’ultima. Lo ripeto: per uno che fa polizia giudiziaria come me questo incarico è il massimo, perché le difficoltà con cui ti devi confrontare sono diverse ogni giorno».

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