«In Italia la Davos della manifattura»

Maroni a Barcellona: «La nostra impresa familiare deve crescere»

Michelangelo Bonessa

Barcellona I mezzi per la quarta rivoluzione industriale non mancano, ma culturalmente persino la Lombardia è indietro rispetto al resto del mondo. E se non si sale sul treno adesso, avvertono gli esperti, non sarà più possibile prenderlo. Dati e numeri emersi al World Manufacturing Forum tenutosi quest'anno a Barcellona per volere della Commissione europea e organizzato da Politecnico di Milano, Ims (Intelligent manufacturing systems) e Confindustria Lombardia, per riunire i principali esponenti del mondo politico, industriale, accademico e di business per discutere e delineare le politiche industriali del futuro.

E, anche per spingere nella giusta direzione il sistema manifatturiero lombardo, la Regione si è candidata a ospitare la prossima edizione. E non solo, vista la richiesta alla Commissione europea per avere tutti gli anni in Italia una sorta di Davos della manifattura. Trattativa in corso, ma sembra con ottime prospettive: anche il Messico che doveva ospitare il WMF 2017 sembra intenzionato a cedere il passo.

Quella che è vista come la regione italiana più europea, manca però di qualcosa: «Basti pensare che su 10 milioni di abitanti ci sono 800mila imprese, in gran parte di tipo familiare - ha spiegato il governatore Roberto Maroni - e in molti casi si tratta di attività microscopiche pronte a passare di padre in figlio». Difficile con un contesto simile affrontare i cambiamenti: internet of things, economia integrata 4.0, utilizzo dei big data e altre parole d'ordine della comunità economica globale sono ancora arabo. E succede anche per la distanza tra ciò che si impara a scuola e le competenze richieste in azienda: «Proprio per cercare di colmare questo gap - dice Maroni - ho affidato a Valentina Aprea le deleghe sulla scuola e anche sul lavoro. Introducendo il patto generazionale, una buona pratica per facilitare l'accesso al mondo del lavoro che il governo ci ha subito copiato».

E proprio dal Palazzo arriva la conferma: «Nelle pmi c'è un ritardo culturale e sarebbe anche il momento di cambiare alcune cose come i curricula scolastici visto che la riforma Gentile ha cento anni - ha affermato a Barcellona Stefano Firpo, direttore generale del ministero dello Sviluppo economico - E anche i progetti di alternanza scuola-lavoro spesso hanno difficoltà a trovare corrispondenza tra le richieste delle imprese e le competenze disponibili». La questione però è anche economica: «Un altro aspetto su cui bisogna intervenire è la provenienza degli investimenti - conclude Firpo - perché per adesso il sistema di finanziamento è bancocentrico». Un punto ripreso anche da Alberto Ribolla, presidente di Confidustria Lombardia che durante il suo intervento ha rimarcato la necessità di «un rapporto diverso con il mondo della finanza in modo da trasferire i risparmi degli italiani nel sistema produttivo». E sulla direzione non c'è scelta: «Le imprese dovranno comunque crescere di dimensione e integrarsi in maniera fisica o più soft - avverte Ribolla - altrimenti resteranno fuori dal sistema: siamo in un periodo in cui l'evoluzione tecnologica si espande in modo esponenziale e non più lineare, oggi siamo all'inizio della curva. E chi non entra adesso, difficilmente potrà farlo dopo».

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