L'ira di Assolombarda: "Quella del governo è manovra elettorale"

Il presidente Carlo Bonomi boccia il debito, riforma pensioni e reddito di cittadinanza

Ecco l'ira degli imprenditori di Assolombarda contro il sempre più bicefalo governo gialloverde e la sua a dir poco azzardata manovra finanziaria che ha i toni istituzionalmente educati (ma durissimi) di Carlo Bonomi. Il presidente che nei suoi 50 minuti di accalorata relazione, declina i termini «responsabilità» e «futuro» scelti come griffe dell'assemblea annuale, in un durissimo j'accuse direttamente recapitato al ministro dell'Economia Giovanni Tria, sprofondato tra i velluti rossi. Quasi irritante il suo buffetto alla Lombardia e a un suo simbolo come la Scala dove si fondono «arte e imprenditoria», simbolo prezioso del lavoro made in Italy. Quel lavoro che «ci chiama prenditori e dopo anni di promesse continua a non pagarci oltre 40 miliardi». Perché durante l'intervento del rappresentante del governo, nell'orecchio di associati, autorità e ospiti risuona ancora l'aspra accusa di Bonomi che boccia come «non credibili» le stime di crescita propagandate. Immediata conseguenza di «promesse elettorali scassa bilancio e di scarso impatto su crescita e lavoro, come nel caso del Decreto dignità che col suo regime di causali obbligatorie e aumento dei costi, esercita esattamente gli effetti contrari alla conferma dei contratti, effetti paventati da Confindustria e da tutte le associazioni d'impresa, ma rimaste inascoltate». Soprattutto perché, rincara Bonomi, «il maggior deficit si persegue per continuare sulla vecchia strada di miliardi aggiuntivi alla spesa corrente, come a tutti gli effetti avviene destinandoli a reddito di cittadinanza e prepensionamenti». Con la conseguenza che a crescere sarà solo «il debito pubblico» e penalizzati saranno ancora una volta i giovani derubati «da uno Stato che torna a prepensionare». E se qualcuno non avesse capito che i bersagli di Bonomi sono i padroni del vapore che oggi hanno le insegne di Lega e 5 Stelle, c'è la rassicurazione che «tutti comprendiamo che il dividendo che si ricerca è quello elettorale, non quello della crescita».

Capitolo nel quale un ruolo fondamentale è rivestito dall'apertura dei cantieri per le grandi infrastrutture tra cui in Lombardia l'autostrada Pedemontana e magari ottenendo un po' di autonomia «non per seguire impossibili mire scissioniste, bensì per essere ancora più attrattivi». Richiesta indirizzata dal palco al ministro Tria anche dal governatore Attilio Fontana.

Un ricco cahiers de doléances a cui il ministro Tria risponde imbastendo una complicata arringa difensiva poggiata sulla rassicurazione di una «strategia espansiva che non mette in pericolo la tenuta dei conti pubblici». Promettendo un meno 4,5 di debito spalmato sul prossimo triennio e un 126,7 di rapporto tra debito e Pil di fronte al quale una disciplinatissima platea di imprenditori trattiene un'evidente contrarietà. Che esplode in un (per la verità) timido sibilo, ma molti mugolii e scuotere di teste quando passa a difendere il reddito di cittadinanza». Perché, replica nel suo intervento il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, «come si fa a perderlo dopo aver rinunciato a tre proposte di lavoro, se al Sud è già un miracolo riceverne una?».

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