In manette Catanzariti, braccio destro dei Papalia

È uno dei fondatori della 'ndrangheta nel Nord. Intercettato svelò i segreti del sequestro Sgarella

Deve scontare 4 anni e 21 giorni di pena residua per una sfilza di reati commessi tra il 2012 e il 2014: associazione di tipo mafioso, spaccio, estorsione e falsa testimonianza. E li farà ai domiciliari, a Buccinasco, dove lunedì i carabinieri della stazione locale, guidati dal comandante Vincenzo Vullo, lo hanno arrestato, nonostante l'uomo per l'Anagrafe risulti a tutti gli effetti residente a Corsico, in via IV novembre. Fatto questo che ha dilatato un po' i tempi dell'arresto - tecnicamente un «deferimento di pena» - emesso dalla Procura di Milano il 2 marzo. Agostino Catanzariti, 72 anni, è andato di persona, senza fare un plissé, ad aprire la porta ai carabinieri. Del resto non stiamo parlando di un mafioso qualunque. Considerato il guardiaspalla dei Papalia e loro braccio operativo in Lombardia, ma soprattutto uno dei fondatori dell'ndrangheta in provincia di Milano, nell'estate del 2012 Catanzariti fece riaprire il processo sul sequestro dell'imprenditrice Alessandra Sgarella (rapita a Milano, in zona San Siro, l'11 dicembre 1997 e rilasciata il 4 settembre 1998 a Oppido Momertina, in Calabria) svelandone i segretissimi retroscena durante una lunga intercettazione ambientale a bordo di un'auto che registrò un suo colloquio (poi messo agli atti nell'inchiesta «Platino») con un altro affiliato dell'ndrina dei Papalia, Michele Grillo. Durante quella lunga «chiacchierata» (i due furono intercettati per mesi) Catanzariti, seppur involontariamente, spifferò l'identità dell' «autorevole personaggio» della 'ndrangheta con il quale lo Stato all'epoca aveva intavolato una trattativa per arrivare a liberare la donna. Si trattava di Giuseppe Barbaro detto Peppe U Nigru, classe 1948, morto proprio nel 2012. All'epoca del sequestro, Barbaro, originario di Platì, era in carcere a Melfi e rappresentava uno dei boss più carismatici e potenti di tutta la ndrangheta. Tant'è che fino a quella «disgraziata» intercettazione il suo nome era rimasto ben custodito dietro agli omissis delle informative.

Sempre durante quel colloquio Catanzariti - da lì in poi soprannominato «il boss dalla bocca troppo larga» - fedelissimo dei Papalia, fornì agli inquirenti, sempre in maniera accidentale, gli elementi per far processare e mandare di nuovo in carcere il superboss Rocco Papalia, a pochi mesi dalla sua liberazione dopo oltre vent'anni di galera. Così, a distanza di 36 anni dai fatti, Catanzariti incastrò Papalia per l'omicidio del nomade Giuseppe De Rosa, ucciso nel 1976 davanti alla discoteca «Skylab» di via Massarani in seguito a una serie di lotte di potere per il predominio territoriale dello spaccio. Pum, pum... Gli picchia il muso cinque o sei volte... Gli ha scassato i denti, il naso...Lo ha fatto quadrato.

Papalia, inveendo contro «quel chiacchierone e ubriacone di Catanzariti» negò tutto, ma questo non gli impedì di essere condannato a 26 anni di reclusione.

Catanzariti è un personaggio talmente di spicco da detenere quella che l'ndrangheta chiama «la dote del Vangelo», cioè un gradino piuttosto alto nella gerarchia della mala calabrese: chi ha il Vangelo custodisce le regole della cosca.

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