Milano città-stato, una proposta per lo sviluppo

di Carlo Maria Lomartire

N elle ultime settimane di questa fin troppo tranquilla campagna elettorale milanese mi sembra che la proposta più innovativa non venga da uno dei candidati sindaco. Per i quali la lista degli argomenti è comune: tasse, traffico, periferie, trasporti, inquinamento, verde eccetera. Semmai diverse sono le ricette e le soluzioni: se Beppe Sala promette di ridurre il carico fiscale che il suo predecessore Giuliano Pisapia ha messo sulle spalle delle famiglie milanesi risulta molto ma molto meno credibile di Stefano Parisi. Le storie e le identità politiche e personali contano.

No, a me pare che la proposta più interessante non l'abbia fatta un candidato sindaco ma un ex sindaco, Letizia Moratti che chiede per Milano uno status speciale dal nome suggestivo: «città stato». Aldilà del suono vagamente velleitario e quasi secessionista, la proposta è concreta e realistica. E anche dalla forte valenza «nazionale». Partendo dalle inevitabili critiche alla pasticciata riforma Del Rio sulle città metropolitane, Moratti chiede per Milano uno statuto speciale, qualcosa di simile agli statuti delle provincie autonome di Trento e Bolzano. Le vere metropoli in Italia sono a malapena quattro: Milano, Roma, Torino e Napoli. Le città metropolitane, che in Europa sono 30, col trattamento Delrio in Italia sono diventate 14, al grido di «todos caballerros!». Una situazione grottesca. Milano, invece, deve essere in grado di gestire autonomamente il proprio ruolo internazionale, deve poter godere di condizioni fiscali e normative adeguate allo sviluppo e al dinamismo della sua economia in modo da poter attrarre investimenti, risorse umane e finanziarie oggi penalizzate da una burocrazia centralista che si comporta con Milano come con Bari. Milano deve poter dare alle spinte innovative che produce tutta l'energia necessaria.

Moratti parla di una «freezone, una zona economica speciale» modello da applicare, ad esempio, «per le nuove aziende che crescono o arrivano sul territorio». Una scelta che tenendo conto del ruolo di traino dell'economia nazionale che Milano sempre di più ha, farebbe un gran bene a tutto il Paese.

Anche se l'idea morattiana ai più conformisti e conservatori può apparire velleitaria ed estremista, è utile sapere che al mondo di città che corrispondono a questo modello di autonomia amministrativa ce ne sono circa 3mila in 135 paesi, a cominciare, per fare l'esempio per noi più suggestivo, dalla sempre citata e ammirata ma mai imitata Amburgo, la Freie und Hansestadt Hamburg, la «libera e anseatica Amburgo».

Sia chiaro che non ci nascondiamo il rischio più grosso che comporta questa proposta: così come partendo da quattro vere metropoli le città metropolitane sono diventate quasi quattro volte tante, è certo che alla richiesta di Milano città stato subito seguirebbero quelle tanto per dire - di Salerno città stato e di Pescara città stato e tutto finirebbe a tarallucci e vino, in una pagliacciata come spesso succede nel nostro democraticissimo paese dove siamo tutti inutilmente uguali, proprio come è successo per le città metropolitane.

Ma è un rischio che si deve correre, nell'interesse della città e del Paese che su Milano fa affidamento per la ripresa, lo sviluppo, l'innovazione. Rinunciare a un cambiamento nel quale si ripone fiducia per scetticismo e rassegnazione agli effetti dei nostri vizi nazionali, sarebbe viltà.

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