Moschea di Milano: la voce della Ismail va ascoltata

Sul caso della costruzione di una moschea a Milano c'è stata troppa politica e poca rappresentatività

Moschea di Milano: la voce della Ismail va ascoltata

Si riaccendono le polemiche sulla “questione moschea” a Milano e dall’interno dell’Islam milanese si leva la voce di Maryan Ismail, antropologa italo-somala, musulmana ed esponente del PD meneghino, che ha aspramente criticato le modalità con cui si è svolto il bando, la linea generale seguita dalla giunta di Milano e la scelta degli interlocutori in rappresentanza alle varie realtà islamiche presenti sul territorio.

In seguito a tali critiche si è parlato di “espulsione” dal partito, di “scomunica” e con tanto di dichiarazioni contraddittorie da parte del PD. Inizialmente è infatti uscita un'agenzia di stampa che presentava, con tanto di virgolettati, l’uscita dal partito di Maryan Ismail; nella dichiarazione, attribuita al segretario del PD milanese Pietro Bussolati, si chiedeva alla Ismail di “valutare se lasciare la segreteria”, visto che la sua posizione era “totalmente fuori dalla linea del partito”. In seguito Bussolati ha smentito la cacciata della sua dirigente: “Lei può dire e fare quello che vuole ma non rappresenta il Pd. Valuterà lei cosa vuole fare”.

E’ però fondamentale mettere da parte il caos politico all’interno del PD per focalizzarsi sul messaggio lanciato dalla dottoressa Ismail, che va ascoltato con estrema attenzione.

Maryan Ismail viene da un paese che è da anni vittima dell’estremismo islamico e della collusione tra Islam e politica, come raccontato da lei stessa durante l’intervista e ci sono in particolare alcune dichiarazioni su cui credo valga la pena soffermarsi: in primis: “La commistione politica-religione mi ripugna. Attraverso le bombe sappiamo cosa significa l'uso della religione in politica”.

In questa frase c’è tutta l’amarezza di chi ha provato sulla propria pelle il dramma dell’islamismo politico e della violenza da esso generata. Lo si è visto in Somalia ma anche in Sudan durante il regime Nimeyri che vietò qualsiasi forma di pensiero catalogato dagli islamisti come “non-ortodosso”e a farne le spese furono in molti, tra cui il teologo riformista Mohamed Mahmud Taha, giustiziato nel 1985. Altri esempi sono l’Algeria negli anni del FIS e del GIA, ma anche l’Egitto, teatro di violenze generate da membri della Gamaa al-Islamiyya e dei Fratelli Musulmani e fu proprio durante il breve governo di questi ultimi, guidati da Mohamed Morsy, che in Egitto vi fu il primo caso di pogrom contro un gruppo di sciiti, riunitisi in un’abitazione privata.

Un islamismo politico che non ha risparmiato neanche l’Europa, come dimostrano Bosnia, Macedonia e Albania. Da quando infatti gruppi islamisti locali hanno stretto rapporti con certe fondazioni e organizzazioni caritatevoli del Golfo, sono aumentate le moschee “politicamente orientate” e sono anche incrementati esponenzialmente i casi di violenza e intolleranza; a farne le spese sono stati cristiani, sufi, sciiti, Bektashi ma anche imam contrari alla propaganda islamista.

Del resto neanche il capoluogo lombardo, seppur nel suo piccolo, è immune da tali problematiche e basti pensare alla rissa scoppiata in uno dei centri islamici milanesi durante il Ramadan 2013 tra sostenitori dei Fratelli Musulmani e oppositori. In altri centri islamici sono inoltre state segnalate forti tensioni, in diverse occasioni, tra sufi e cosidetti “ortodossi”.

La Ismail afferma: “Avevamo spinto sul fatto che la moschea fosse trasparente, sulla parità di genere, sulla separazione fra politica e religione, sul no a una lettura ortodossa che mortifica la ricchezza del mondo musulmano. Invece viene sempre rappresentato l'islam arabo, che ha l'egemonia, e questo non va bene, tutti quanti abbiamo dignità”.

E come non essere d’accordo? L’Islam milanese è plurale, con molte facce e molte opinioni; nelle moschee non può dunque esserci spazio per la politica, un luogo di culto “per tutti e di tutti” non può essere gestito da gruppi ed esponenti che fanno politica, che inneggiano sui social network a Erdogan, che prendono parte attiva a manifestazioni a favore di Morsy o che divulgano una visione dottrinaria unica, visto che l’Islam non è e non è mai stato un blocco monolitico, in quanto condizionato da fattori culturali, storici e sociali, anche a Milano, come dimostra la presenza di comunità di muridi senegalesi, di curdi, di confraternite sufi. Negare ciò significa ignorare la storia dell’Islam.

L’Islam oggi è vittima dell’egemonia economico-dottrinaria di paesi come Qatar, Kuwait, Turchia e Arabia Saudita e non è certo difficile verificarlo; basta vedere chi sono i “sapienti” di riferimento di certi centri islamici, da dove arrivano i finanziamenti, il tipo di dottrina che viene divulgata, i rapporti con gruppi islamisti esteri che non possono che nuocere a un Islam plurale e libero da interferenze politiche.

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