Murales, scatti e installazioni. Le mostre si fanno in strada

In corso Vittorio Emanuele foto della prima ondata Giulia Mozzi espone al Passante di Porta Venezia

Murales, scatti e installazioni. Le mostre si fanno in strada

Non è questo un articolo sulla digitalizzazione dell'attività di un museo o di una galleria. L'online non è l'unica arma a disposizione che abbiamo per continuare ad avere esperienza di arte, anzi. Ce n'è una che, quando si può utilizzare, è anche più efficace: spostare in esterno mostre e appuntamenti. Ci ha pensato subito «Hope Onlus» (www.hopeonlus.org), l'organizzazione non profit che aiuta bambini e comunità in difficoltà in Italia e in Medio Oriente con programmi di co-sviluppo nei settori di salute ed educazione. Ha organizzato, proprio nel cuore di Milano, in corso Vittorio Emanuele, la mostra «#Covid-19@storiedisperanza»: più di 30 fotografie per raccontare l'esperienza di medici, infermieri e volontari durante la prima ondata della pandemia da Coronavirus. E poi immagini delle 4 regioni italiane più colpite nel primo lock-down (Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto). O di come si sono trasformati gli ospedali a causa della gravità dell'epidemia. I volti di chi l'ha vissuta in prima linea come medico, e immagini di Hoper in azione grazie ai suoi volontari. I fotografi (Andrea Frazzetta, Nanni Fontana, Marco Garofalo, Eugenio Grosso, Greta Stella, Matteo Biatta, Vittorio Sciosia, Massimo Allegro, Claudio Palmisano) sono tutti esperti professionisti, fotogiornalisti o video reporter, spesso pluripremiati. La mostra è parte del Programma Umanitario Pluriennale dell'associazione e proseguirà, dopo Milano, a Bergamo e Brescia per poi volare a Londra, Parigi e fino dall'altra parte del Mondo, a Brasilia. E ancora.

Ci spostiamo di due fermate di metro rossa e andiamo verso il Passante Ferroviario di Porta Venezia, una vera e propria galleria a cielo coperto per la varietà di artisti esposti grazie al progetto di Artepassante, che organizza mostre nei passanti ferroviari (www.artepassante.it): tra i murales e le varie opere, colpisce per la forza delle immagini la mostra «Life of a repentant», di Giulia Mozzini. La reporter, veronese classe 1995, dopo il diploma al liceo classico si trasferisce a Milano nel 2014 per studiare all'Istituto Italiano di Fotografia. Si specializza in fotogiornalismo, collabora con Eyesopen! Magazine e altre realtà: il suo ambito privilegiato sono i reportage incentrati sulla ricerca sociale, indagando l'individuo con il racconto della sua storia personale.

La mostra di Artepassante è inserita nel Photofestival: la Mozzini ha vissuto per più di un anno a stretto contatto con Michele, pentito di Camorra, e il reportage racconta la difficile storia di reintegrazione nella società questo pentito una volta agli arresti domiciliari: dopo vari curriculum e richieste di lavoro andate a vuoto viene messo in prova in un ristorante. Sbucciare patate e cipolle in un sotterraneo per varie settimane è il suo lavoro, fino alla lenta ascesa: alla fine sarà chef. Concludiamo il nostro tour di mostre en-plein-air con lo Spazio Base in via Bergognone 34 (www.base.milano.it). Taxi fermi senza clienti affollano il piazzale davanti all'ex Ansaldo, che fino all'inizio dell'epidemia era invece un'area in perenne movimento: tutti gli studi dietro alle sbarre del grande portone del Base sono chiusi. Solo una scritta illumina l'entrata: «The future is an invisible playground». Quasi un tentativo di tranquillizzare, come a dire «siamo tutti nella stessa barca». Si tratta dell'installazione site specific dell'artista e poeta scozzese Robert Montgomery, realizzata per Base grazie alla partnership con NEXI. È un invito che lo spazio dedicato alle giovani realtà milanesi rivolge alla città con il messaggio di un artista: bisogna dialogare e rapportarsi col mondo, anche se in continua trasformazione.

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