Il museo etrusco a Milano non è più solo una "Chimera"

La mostra di reperti dell'antica civiltà all'Archeologico anticipa il varo di una permanente a Palazzo Rizzoli

Il museo etrusco a Milano non è  più solo una "Chimera"

Gli Etruschi a Milano? Non è uno svarione storico, ma una lunga storia d'amore, come spiega Il viaggio della chimera, la mostra che da oggi al 12 maggio (catalogo Johan & Levi editore) è allestita al Museo Archeologico: realizzata dalla Fondazione Luigi Rovati con la collaborazione della Soprintendenza Archeologica di Milano, ci racconta in cinque sezioni e duecento reperti, il saldo legame fra la città e il popolo più enigmatico dell'antichità. Ne è simbolo perfetto l'anfora etrusca a figure nere, con disegnata una chimera della collezione permanente dell'Archeologico di corso Magenta: risalente al 490 a.C., è uno dei pezzi emersi dallo scavo della Fondazione Lerici nella zona di Cerveteri, un lavoro certosino che sfruttava, già alla fine degli anni 50, le intuizioni in materia di geofisica del milanese ingegner Lerici. Questa mostra è un doppio viaggio nel tempo: all'epoca degli Etruschi e a quella della loro riscoperta, ed è qui che Milano riveste un ruolo capitale.

Teca dopo teca, emergono le bellezze della manifattura etrusca (ci sono statuette in bronzo di una raffinatezza così essenziale da sembrare contemporanee), e gustose storie di archeologia. Se l'Etruscologia è da sempre florida sotto la Madonnina è merito dei collezionisti dell'800 (gli Etruschi, in pieno Risorgimento, erano il «popolo italico» per eccellenza, le cui origini andavano esaltate) e, nel '900, di studiosi come Massimo Pallottino che organizzò nel '55 la prima grande mostra sugli Etruschi mai fatta in Italia. La realizzò a Palazzo Reale (in mostra anche la ponderosa rassegna stampa dell'epoca) e fu epocale. Le università non sono state a guardare: sia la Statale sia la Cattolica sono in prima linea, a Tarquinia e a Populonia, negli scavi. C'è ancora molto da fare, nuove ipotesi emergono. Ormai è assodato che gli Etruschi oltrepassarono il Po: sono arrivati a Milano? «No, ma gli scambi commerciali e culturali erano continui in Lombardia», spiega Giulio Paolucci del comitato organizzatore della mostra. Lo dimostrano i risultati degli scavi, ben esposti ora in mostra, a Forcello di Bagnolo S. Vito (Mantova), il principale «borgo etrusco» del Nord. Altri ritrovamenti sono stati fatti vicino a Varese. Affascinante, vero?

Esposte anche scoperte casuali «fatte in casa», come le due candide urne funerarie di Volterra ritrovate da poco nei depositi dell'Archeologico di Milano: sono tombe di bambini e risalgono a un lascito dell'editore Aldo Garzanti. Insieme alla prestigiosa statua cineraria in prestito dall'Archeologico di Perugia, aprono ad effetto un'esposizione che vanta chicche come il Cratere Trivulzio, in prestito dai Musei Vaticani. Altra storia milanese: il pezzo fu acquistato sul mercato antiquario della nostra città nel 33 con una sottoscrizione cittadina per essere donato a papa Pio XI. Ogni teca parla dei collezionisti che, con sacrifici e dedizione, si sono accostati all'arte etrusca: molti pezzi, come la coppa di Crodo (rotta e poi ricomposta) arrivano dalla collezione di Pelagio Palagi, attivo a Milano nell'800 prima di trasferirsi a Bologna. E meneghini a buon diritto sono anche gli oggetti etruschi appartenuti al mercante d'arte Giulio Sambon, confluiti per sottoscrizione cittadina nel 1911 al Museo Teatrale della Scala. Il meglio però deve ancora venire: questa esposizione è infatti solo un interludio al nascente Museo Etrusco della Fondazione Luigi Rovati. Aprirà tra un anno e mezzo, in corso Venezia 52, a Palazzo Rizzoli-Bocconi-Carraro, con centinaia di oggetti (in mostra all'Archeologico una quindicina in anteprima, tra cui degli splendidi gioielli) e sarà un museo e un centro di ricerca. Perché, come ben sa la famiglia Rovati, medici e grandi appassionati di arte lombardi, nell'etruscologia c'è ancora tanto da scoprire.

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