"Ma il pronto soccorso non è casa dei clochard"

Non è dignitoso che la sala d'aspetto sia diventata il ricovero dei clochard

"Ma il pronto soccorso non è casa dei clochard"

L'altra sera ho passato 8 ore al pronto soccorso del Niguarda. Sono entrata con mia figlia alle 16,30. Ne sono uscita a notte inoltrata, pochi minuti all'una. In mano il foglio delle dimissioni, l'animo più leggero e in testa una domanda. Che vi pongo: è giusto che nella sala d'ingresso e di attesa del pronto soccorso (perché qui sono la stessa cosa) entrino ogni notte malati, incidentati, uomini, donne, vecchi, ragazzi usciti di casa magari col pigiama perché qualche incidente o accidente della vita si è scagliato su di loro ed entrino pure, insieme, ogni notte, i senzatetto che qui trovano un angolo caldo, un posto dove mangiare e usare i bagni, incontrarsi eppoi dormire ripiegati sulle buste di plastica con gli avanzi della cena e della vita? È giusto che nella sala di un pronto soccorso si affollino tutte queste emergenze, una di fianco all'altra? È giusto che malessere si sommi a malessere nel luogo dove la sofferenza è sovrana? Ed è giusto infine e soprattutto che il Comune e i responsabili dell'ospedale ritengano questo «un modello virtuoso» di gestione dell'emergenza freddo che «anche altri ospedali dovrebbero seguire» come è stato detto e scritto sui giornali appena qualche settimana fa?

La mia risposta per quanto possa contare è no. Ed è una di quelle risposte che mentre la dai ti stride in gola, se l'alternativa resta il gelo. Ma c'è un «ma»: è mai possibile che chi deve gestire le cosiddette «emergenze» - non una parola astratta ma nella fattispecie la vita sfilacciata di Persone (la maiuscola non è un errore) in stato di bisogno - non abbia trovato niente di meglio che chiudere gli occhi davanti all'evidente disagio e chiamare questa cosa qui «assistenza»? Dentro la sala di attesa tutto è lasciato andare come va. Chissà chi entra, adesso. Un ragazzo avvolto in un foglio d'oro. È cascato dalla moto. Poi una nonna. Respira male «forse sarò ricoverata». Codici rossi, gialli, verdi. Poi ci sono loro. Una nuova categoria dell'emergenza: i senza-codice. Si mescolano agli altri, ma il loro turno non arriva mai. Li riconosci subito perché non controllano mai l'orologio. Non hanno bigliettini col numero, né si agitano quando l'altoparlante gracchia «i parenti di Tizio sono attesi in sala visite». Non attendono parenti. E non sono attesi da alcun dottore. Una quindicina. Ormai si conoscono... Si accrocchiano tutti su sedie vicine. Uno ha portato i mandarini e li scambia con un pezzo di formaggio. Sorrisi sdentati, cappotti sdruciti. Uno gira e chiede soldi. Entra un uomo. Barcolla. È ubriaco. Di alcol, di miseria, di sofferenza. Straparla. Chissà con chi ce l'ha. Entra una donna sola. Non osa sedersi per non trovarsi stretta tra la sedia e quell'uomo che barcolla e ti pianta gli occhi in viso. La vigilanza allarga le braccia: «Ci hanno detto che non possiamo fare niente». Il medico di turno allarga le braccia: «Avevano aperto anche un padiglione ma era diventata ingestibile».

«Non è mai successo niente» dicono quelli che permettono questo. Fino ad ora. E per fortuna. Ma questo è davvero niente?

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