Preso Nassim reclutava terroristi in città

Cristina Bassi

Prima dell'Isis e dei «lupi solitari» partiti (anche) da Milano e dall'hinterland per combattere in Siria, Abou Nassim, alias Moez Ben Abdelkader Fezzani, reclutava soldati per Al Qaida in viale Jenner. L'uomo, 47 anni e doppia cittadinanza tunisina e libica, è stato arrestato ieri in Sudan. La notizia della sua cattura a Sirte era stata data da fonti libiche in agosto, ma si era rivelata falsa.

Gran parte della carriera di estremista islamico di Nassim ha avuto come sfondo Milano. È qui che l'immigrato, arrivato in Italia nel 1990 su un barcone, ha maturato la propria radicalizzazione. È qui che ha subito due processi e ricevuto nel 2013 una condanna in Appello, dopo una prima assoluzione, a sei anni di carcere per associazione per delinquere finalizzata al terrorismo. La sua storia giudiziaria è anche quella degli ultimi 20 anni di terrorismo islamico in città. I fatti per cui è finito nel mirino della Procura risalgono al periodo 1997-2002, durante il quale avrebbe fatto parte del «Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento». Negli interrogatori tra 2009 e 2010, davanti al pm Elio Ramondini e al gip Guido Salvini, racconta: «A Milano ho venduto eroina e hashish, prima di diventare un uomo pio». La conversione arriva tra via Corelli, via Quaranta e viale Jenner. Nel 1994 la decisione di andare a combattere in Bosnia. «Mi convinsero i sermoni dell'imam Anwar Shaaban», ricorda Nassim. Poi il Pakistan, la detenzione in un carcere Usa in Afghanistan e il ritorno a Milano. La Seconda sezione della Corte d'assise d'appello, presidente Anna Conforti, nelle motivazioni della condanna scrive che Fezzani era l'organizzatore della «logistica dei mujaeddin» accogliendoli «presso la Casa dei fratelli tunisini per poi inviarli nei campi di addestramento». La casa è un appartamento popolare in via Paravia 84, a San Siro. Con altri «fratelli» «operava per convincere i giovani a combattere per la jihad» e raccoglieva le «sovvenzioni finanziarie» per l'organizzazione terroristica. Al momento della condanna, poi diventata definitiva, Nassim era già fuggito dall'Italia. L'ordine di esecuzione è pendente. Dopo il 2013 non ci sono tracce certe della sua presenza in città, ma l'intelligence sospetta che abbia mantenuto la vecchia rete di contatti. Messa al servizio, questa volta, dell'Isis. L'Italia chiederà l'estradizione. Difficile però che il tunisino possa finire tra le mani degli inquirenti milanesi. La Tunisia infatti lo considera uno dei responsabili degli attentati al museo del Bardo e sulla spiaggia di Sousse.

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