La Procura apre un'inchiesta per il "Presente" a Ramelli

Dopo il divieto del prefetto e i manganelli della polizia i magistrati a caccia della «manifestazione fascista»

A bocce e soprattutto manganelli fermi, qualche riflessione andrebbe fatta. Perché il giorno dopo a colpire sono le immagini che hanno invaso il web (tra cui il bel reportage in presa diretta di Claudio Bernieri). Quel «caricate, caricate, caricate» ordinato a poliziotti e carabinieri contro manifestanti a mani nude e braccia alzate. Il sangue che cola sulla faccia, gli scudi della polizia e quel Tricolore che ha sventolato tutta la sera.

E a meritare riflessione sono anche quei saluti romani al rito del «Presente»: ricostituzione del Partito fascista o solo estetica del ricordo urlata con rabbia per non dimenticare il cranio di Sergio Ramelli sfondato dalle chiavi inglesi dei genitori, perlomeno ideali, di quelli a cui questura e prefettura, con l'approvazione di partigiani e del sindaco Giuseppe Sala, avevano concesso il solito contro-corteo «antifa». Organizzato, come è facile capire, solo per creare quel clima di tensione che consente da qualche tempo ai solerti burocrati dei Palazzi di vietare quello doc che da 44 anni il 29 aprile ricorda la brutalità della violenza rossa e il sacrificio di un diciottenne innocente.

Lo sfregio dei simboli fascisti alla Milano città medaglia d'oro della Resistenza, si sente ripetere ogni volta ai primi di aprile dai soliti compagni in servizio antifascista permanente. Talmente permanente che, infoiati dalla caccia al nero, i compagni si dimenticano di celebrare un loro nobilissimo martire, quell'Antonio Gramsci che proprio in questi giorni morì dopo aver subito il carcere. Perché non celebrare uno dei fondatori del Partito comunista e il suo sacrificio, invece di impedire agli altri di farlo? Forse perché in fondo comunista oggi non è più nessuno o perché è più comodo vomitare insulti al Fascismo ormai trapassato che leggere e studiare faticosamnte di egemonia intellettuale e materialismo storico. E allora meglio prendersela con i fantasmi che onorare padri nobili che finiscono per rimanere senza prole. Anche perché di bandiere, simboli, slogan, canzoni, fiaccole e fascisteria varia l'altra sera non se ne sono visti. Solo dieci Tricolori, Fratelli d'Italia al posto della più classica Giovinezza e un solo Domani appartiene a noi alla fine del quale le braccia dei camerati sono state disciplinatamente irrigidite e trattenute dal levarsi al cielo.

Un paio di migliaia di persone e nessuno sgarro, a tranquillizzare i sacerdoti della Costituzione più bella del mondo, smentiti peraltro ancora una volta dai magistrati. Perché proprio ieri mattina quattro di Lealtà azione sono stati assolti dall'apologia del Fascismo (perché «il fatto non sussiste») per i saluti romani al Campo X del cimitero Maggiore il 25 aprile 2016. Non certo l'ultimo capitolo di un'infinita tela di Penelope tessuta e disfatta con una tenacia che meriterebbe miglior causa dalla Procura che ieri, tanto per tenere alta l'attenzione (o la tensione), ha aperto un'indagine nuova di zecca coordinata da Alberto Nobili, responsabile dell'Antiterrorismo e dal pm Piero Basilone. Sarà la Digos identificare i partecipanti per accusarli di «manifestazione non autorizzata» e «manifestazione fascista». Il dubbio è se utilizzare la famigerata Legge Scelba o la Mancino. Decideranno loro, mentre è in corso la caccia ai colpevoli, col rischio che per raccoglierli tutti servano armadi piuttosto capienti in quel Palazzo di Giustizia che con le sue inconfondibili architetture razionaliste è nel centro di Milano una vivente apologia del Fascismo in carne e pietre. Altro che saluto romano.

«Ma basta! Lasciateci passare, stiamo solo andando a salutare un morto» gridava un partecipante dal look tutt'altro che da pericoloso naziskin. La più classica vox populi, vox Dei che indicava la soluzione allo stallo che ha bloccato per un paio d'ore il vialone. Perché magari rinunciando a un po' di antifascismo strumentale e utilizzando un po' più di buon senso, la soluzione più logica si sarebbe potuta prendere anche ben prima dell'inizio. E senza bisogno di studiare i testi dello zen taoista, capire che di fronte a un fiume in piena invece che un'inutile diga è meglio convogliarne la forza dirompente in un percorso alternativo come hanno cercato di spiegare i deputati Fidanza, Frassinetti, Osnato e i consiglieri Beccalossi e Bastoni. Per non parlare di un buon ripasso della tragedia di Antigone, murata viva per aver voluto seppellire il fratello Polinice contro le rigidità della legge di re Creonte. Immortale racconto sul conflitto tra la rigidità delle umane leggi e la pietà che le supera nel ricordo e nella celebrazione di un defunto. O ammonimento che forse qualche volta non è con una legge, ma casomai con un pensiero migliore che si combatte un pensiero che si ritiene sbagliato.

Senza tralasciare, per tornare un po' più nella cronaca, lo stupore dei camerati nel constatare che proprio nel primo anniversario caduto nell'era Salvini ministro dell'Interno, sono arrivati i divieti più duri, le manganellate e il permesso a sfilare solo per i centri sociali. Una disparità di trattamento firmata dalla prefettura che ha indubbiamente esacerbato gli animi. E che forse non sarebbe stato difficile, anzi opportuno evitare per non distinguere tra figli e figliastri.

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