La protesta dei musulmani per salvare l'imam terrorista

Islamici pronti a manifestare contro l'espulsione di Abu Imad. Con l'egiziano la moschea finanziava la jihad internazionale

La protesta dei musulmani per salvare l'imam terrorista

Oggi non sarà un venerdì come tutti gli altri al Palasharp di Lampugnano. La preghiera del venerdì della comunità islamica milanese avrà un obiettivo, come dire, più terreno del solito. Nel tendone che viene utilizzato da anni per i riti settimanali, andrà in scena di fatto una mobilitazione in difesa del leader spirituale della comunità islamica milanese: Arman Ahmedi El Hissini Helmy, meglio e più brevemente noto come Abu Imad, fino a tre anni fa imam della moschea di viale Jenner.

Abu Imad non è solo un predicatore. Per la giustizia italiana è stato anche un terrorista internazionale, e sotto la sua guida la moschea milanese è diventa un centro di aggregazione e finanziamento dei combattenti della jihad. Ora l'imam è nel carcere di massima sicurezza di Benevento, a scontare una condanna a tre anni e otto mesi per terrorismo. Ma sta per uscire di galera. E il suo popolo si prepara a scendere in piazza per impedire che venga espulso dall'Italia. Il suo posto, dicono, è qui a Milano.

Il tam tam nella comunità islamica è in corso da giorni, e dovrebbe portare oggi nel tendone di Lampugnano una folla ancora maggiore del consueto. Ma soprattutto diverso si annuncia il clima. É la prima volta infatti che la comunità milanese sceglie di schierarsi apertamente in difesa di un proprio esponente inquisito per terrorismo. In casi analoghi era stata scelta la linea del basso profilo: nessuna presa diposizione, nessun commento. Stavolta, per Abu Imad, la comunità ha scelto di uscire allo scoperto. E l'iniziativa non è passata inosservata agli uomini della Digos.

Abu Imad è in carcere dal maggio del 2010. La sentenza del tribunale di Milano - confermata in appello e in Cassazione - gli dava atto che nell'ultima parte della sua permanenza ai vertici della moschea milanese le sue posizioni si erano fatte più morbide, più inclini al dialogo. Ma la stessa sentenza ha stabilito che per lunghi anni, da quando aveva preso il posto dell'imam precedente andato a morire combattendo in Bosnia, il barbuto professore egiziano aveva diretto raccolte di fondi e di uomini per la guerra santa contro l'Occidente. Nel 2010 - nonostante fosse già in carcere - l'Italia gli aveva concesso asilo politico, promettendogli che alla fine della pena non sarebbe stato espulso dal paese: anche perché in Egitto era ricercato per un progetto di attentato al presidente Hosni Mubarak.

Ma ora la situazione è cambiata: Mubarak è a sua volta in carcere, al Cairo comandano i Fratelli Musulmani, insomma se Abu Imad venisse rispedito in patria non avrebbe molto da temere. L'Italia gli ha revocato lo status di rifugiato. All'uscita dal carcere verrà direttamente trasferito in un Cie, in attesa che scatti l'espulsione e l'Egitto accetti di riprenderselo. Ma è proprio contro questa prospettiva che i suoi fedeli sono pronti a farsi sentire.

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