La Regione e il referendum: cinque motivi per dire «no»

Sanità, scuola e ricerca verrebbero gestite da Roma L'assessore Garavaglia: «A rischio i nostri primati»

Maria Sorbi

La Regione Lombardia rischia di perdere quanto seminato a fatica in questi anni. Se il 4 dicembre al referendum dovesse vincere il si, le conseguenze sul Pirellone sarebbero parecchie. La gestione di sanità, formazione professionale e ricerca passerebbe a Roma. E ci sarebbero anche alcuni effetti collaterali che hanno del paradossale. Ad esempio, se da un lato verrebbero tagliati i posti di collaboratori e portaborse, dall'altro i consiglieri si troverebbero a percepire uno stipendio superiore a quello di oggi.

GLI STIPENDI

In apparenza sembra che la nuova riforma costituzionale dia una bella sforbiciata alla casta politica, quella dei privilegi e dei super stipendi. Viene infatti stabilito che consiglieri regionali e assessori non potranno «avere emolumenti» più alti del un sindaco di un comune capoluogo. Bene. Ma la norma è così vaga che si presta a una duplice interpretazione e rischia di creare un caso anomalo in Lombardia. L'equivoco nasce sul concetto di «emolumenti». L'intera busta paga, comprensiva di indennità e rimborsi vari, o solo la parte «fissa» della retribuzione? Un consigliere regionale della Lombardia prende 6.327 euro lordi di indennità oltre a 4.218 euro netti di rimborsi forfettari. In tutto si avvicina ai 7mila netti. Il sindaco di Milano, invece, incassa 7.800 euro lordi al mese, come tutti i primi cittadini dei Comuni con oltre 500mila abitanti. In sostanza, il consigliere regionale si vedrebbe aumentare l'indennità di circa 1.500 euro lordi che, aggiunti ai rimborsi forfettari, porterebbero la sua busta paga mensile a 7.800 euro netti. Circa 800 in più di quanto percepisce ora.

La riforma costituzionale inizialmente prevedeva anche la cancellazione dei fondi a disposizione dei gruppi consiliari. Risultato: 195 persone tra collaboratori e portaborse erano a rischio posto di lavoro. In realtà il pericolo sembra scongiurato: la maggior parte di loro verrà assunta non più dal gruppo politico ma direttamente dal Consiglio regionale con un contratto a tempo determinato. Bisogna solo capire quanti rientreranno nel tetto massimo imposto dalla legge Madia per le assunzioni a tempo negli enti pubblici. Ma questo si saprà dopo il referendum, non certo prima del voto. In ogni caso la Regione specifica che gli sprechi e le assunzioni in accesso sono altrove, non il Lombardia.

«Gli sprechi non sono da noi, ma altrove - spiega l'assessore al Bilancio Massimo Garavaglia - Noi in regione abbiamo meno di 3mila dipendenti, la Sicilia ne ha 30mila».

LA SCUOLA

Con la riforma, la programmazione scolastica passerebbe nelle mani di Roma. E si uniformerebbe il servizio in tutta Italia. Per la Lombardia significa rallentare la velocità di crescita. Servirebbero 30 miliardi di euro per allinearsi ai livelli di Francia e Germania. Un dato per tutti: oggi la scuola lombarda è al ventesimo posto per efficienza nella scala internazionale, quella gestita da Roma è al 20esimo.

LE POLITICHE DEL LAVORO

«Non c'è nazione al mondo - attacca l'assessore Garavaglia - che separa formazione professionale e lavoro, è un'idiozia». Trasferendo le competenze a Roma si rischia di «impantanare» un sistema che in Lombardia funziona bene e che è in grado di far dialogare direttamente imprese e studenti. La metà dei nuovi posti di lavoro sono stati trovati grazie alle politiche di formazione regionali.

LA RICERCA

La Regione ha appena approvato una legge per agevolare la ricerca e far arrivare più velocemente i finanziamenti ai laboratori. Se tutto dovesse essere centralizzato, i ricercatori «dovrebbero mettersi in fila al ministero per avere i fondi e tutto rischierebbe di essere gestito come una grande Asl. Non si liberalizzerebbero più risorse ma si potrebbe tornare a distribuzioni di soldi a pioggia». E per di più ci troveremmo nella condizione di recepire le normative Ue senza dire nulla.

LA SANITÀ

Se la Lombardia ha i conti in pareggio da anni sotto la voce sanità è grazie a quella autonomia che si è sempre tenuta stretta e che ora rischia di dover livellare. Se dovesse vincere il sì, si rischierebbero tagli e costi più alti. A meno che non vengano applicati i costi standard. Già ora lo Stato ha decretato una riduzione di oltre 6 miliardi di euro: alle Regioni arriveranno 2 miliardi in più rispetto al 2016, ma dovranno spenderne 2,8 per le spese obbligatorie, con un disavanzo di 800 milioni».

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