Se un violino underground suona per il quartiere Gioia

Dal Phase Duo note elettroniche per un film sulla zona Manera: «Anche una riflessione sulla città che cambia»

Luca Pavanel

Raccontare la Milano che cambia, testimoniare l'evoluzione della «nostra casa», gli esiti dell'urbanistica. C'è chi lo fa con il cinema e la musica. L'ultimo esito felice - almeno stando ai racconti e sulla carta ma visto i protagonisti c'è da stare tranquilli - è sulla rampa di lancio. Sta per uscire «Gioia 22», un cortometraggio documentario realizzato dal regista Stefano De Felici e dal Phase Duo (Eloisa Manera al violino e Stefano Greco all'elettronica) per la colonna sonora di questa pellicola (produzione Moovie e LampoTv). Soggetto: il quartiere di Melchiorre Gioia, diventata la zona dei grattacieli e non solo, parecchio diversa rispetto ad anni or sono. Immagini e musica alleati per narrare. Al centro c'è la storia di una protesta estrema e spettacolare, protagonista un ragazzo arrampicatosi su una gru, il resto è cronaca. Poi uno sguardo diverso su come la città è mutata, non solo bellezze nuove però. Considerazioni.

«Per me il film racconta un gesto anche poetico - spiega il regista De Felici - Si tratta di un gesto liberatorio rispetto al dolore che si prova quando si entra in contatto con la sofferenza di milioni di persone nel mondo, afflitti da guerre, fame e povertà». Per questa pellicola intensa, suggestiva, profonda nei contenuti ci voleva una colonna sonora adatta. L'incontro tra il regista e i musicisti ha avuto qualcosa di magico, della serie «l'uomo giusto al momento giusto». Lui alla telecamera cercava qualcosa, «noi avevamo parecchio materiale da far ascoltare - attacca la violinista Eloisa Manera - e alla fine è saltato fuori il pezzo di musica adeguato». Se un violino underground suona per il quartiere Gioia: certamente non una sinfonia classica, il Phase Duo «milita» in ambienti musicali sperimentali ma ascoltabili dal pubblico e non fa del discorso artistico una tortura cinese per le altrui orecchie. Si punta in alto, all'insegna della ricerca, ma è tutto fruibile.

«Alla base di questo materiale - spiega Eloisa - ovviamente c'è l'elettronica, nel nostro stile, ci sono io col violino». Lo stile del duo: a mano a mano, nel corso del suo cammino, sta sempre di più introducendo l'«elemento del dialogo» tra l'arco e gli aggeggi elettronici e informatici, due mondi lontanissimi che ora si parlano. «La parola chiave è interconnessione», chiosa la virtuosa. Posto che non è facile tradurre in parole i suoni, certa musica, anzi a volte diciamo impossibile, si può comunque affermare che si ascoltano materiali a cui si arriva «per sottrazione rispetto all'idea iniziale, massiccia e compatta». Togli qua e togli là e alla fine l'ascoltatore giunge a udire «elementi essenziali, suoni sintetici non creati da uno strumento acustico come un pianoforte, per esempio», lei spiega. Risultato: le note granulari del mago delle «manopole» Greco, che da l'idea di «vetri rotti sott'acqua, che da l'idea di un fermento anche urbano». È questa dunque la colonna per questa «storia che fa anche riflettere sulla sviluppo della città, sui cambiamenti». Ma ora musica maestro, per un finale biografico: il Phase Duo lo avevamo già visto qualche tempo fa al Planetario, dove Eloisa e Stefano si sono cimentati in una performance (davvero) «spaziale». Ora il cambio di registro: dai suoni cosmici a quelli metropolitani.