Sesso, soldi, carriera, la fine del mondo alla ricerca della felicità perduta

Il regista Martinelli mette in scena "Beyond Fukuyama" dal testo di Kock

Spesso si parla di «Fine del teatro», come se il suo percorso si fosse esaurito in un particolare momento della sua complicata evoluzione, proprio come è accaduto a La fine della Storia, teorizzata da Fukuyama negli anni '90. Quando si verificano queste fasi? Quando il processo evolutivo, sia per il Teatro che per la Storia, sembra concluso, quando entrambi vengono concepiti come raccolta dati di un passato che non prospetta alternative, se non quella dell'apparato tecnologico a cui viene affidato il compito di analizzare quei dati, per capire come si possa andare oltre. È accaduto così che l'autore di La fine della Storia abbia trovato, proprio nel teatro, il luogo dove possa essere divulgato il suo pensiero, grazie a un giovane autore austriaco (1986) che ha rielaborato, a suo modo, alcuni concetti di Fukuyama, reinventandoli in una commedia di cui Renzo Martinelli cura la regia coadiuvato, per la drammaturgia, da Francesca Garolla. Renzo Martinelli ama cimentarsi con le novità contemporanee, come si può notare scorrendo la sua teatrografia, nel caso di Beyond Fukuyama, che debutta oggi al Filodrammatici, si è valso del progetto Fabulamundi, grazie al quale aveva già realizzato «Piangiamo la scomparsa di Bon Park».

Ciò che stimola Martinelli è la natura complessa dell'arte contemporanea, ben evidente negli ultimi due Testori da lui messinscena: Erodias e Gli angeli dello sterminio. Il suo rapporto con Kock è puramente intellettuale, oltre che drammaturgico, essendo la materia trattata costruita su figure reali e figure allegoriche. In scena si muovono cinque personaggi, interpretati da Federica Carra, Mauro Milone, Elisabetta Pogliani, Ulisse Romano, Annalisi Sala, che si alternano con delle figure allegoriche: «Gli anni 90», «Il Desiderio», «La Storia» e il «Coro distrutto dalle attese disattese». Appare evidente, da una simile distribuzione, che a Kock non interessi una trama tradizionale, bensì utilizzare dei contenuti che abbiano a che fare con la contemporaneità, sia col presente che col futuro. Egli immagina che l'azione si svolga in un Istituto della Felicità in cui viene ricercato il senso della cose, all'interno di un susseguirsi di eventi che sono privi di senso, oltre che il senso della Felicità per essere proiettata nel futuro. Kock utilizza, estremizzandoli e ironizzandoli, alcuni concetti di Fukuyama sul libero mercato, sull'economia del terzo millennio e sulla crisi di identità, argomento di un recente libro, pibblicato dalla Utet.Egli immagina un luogo claustrofobico, una specie di stanza della paura o della tortura in cui si muovono tre figure femminili, la dottoressa Phekta, Julia, Miriam e due figure maschili: Peer e Finn. In questa stanza, immaginata da Martinelli, come uno spazio vuoto su cui incombe una grande lavagna con dei banchi da scuola, si discute della ricerca della felicità attraverso migliaia di dati carpiti e rielaborati. Sia la dottoressa Phetka, più anziana degli altri, che l'ambientazione, mi hanno fatto pensare ai «Fisici» di Durrenmatt.

La trovata drammaturgica di Kock è costruita sulla fuga dei dati che vorrebbe significare una falla nell'Istituto. Anche perché, fuori di esso a imporsi è l'economia del libero mercato. Nello spazio della stanza della paura, dove avvengono gli incontri e gli scontri, si sono succeduti gli ultimi cinquantanni di storia mondiale. Si tratta di un luogo dove si è pronti a rinnegare se stessi e la propria identità a vantaggio di un carrierismo che non ammette ostacoli. Mentre lo spirito di carriera si impossessa dei vari personaggi, «il Coro delle arrese disattese» lamenta l'agonia di un secolo al tramonto che ha lasciato spazio all'età della sopravvivenza e, nello stesso tempo, assiste, impotente, allo scontro tra «Gli anni novanta» e «La Storia» che viene presa a botte, per aver violentato l'amore, per aver favorito i neoliberisti, i terroristi, i farmacisti, la Destra, le lobby delle armi, la mancanza di utopie, favorendo una sorta di omologazione a livello mondiale e mettendo in crisi l'identità.

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