Stop ai centri commerciali «Valorizziamo i negozi»

Pensiamo al bel negozio sotto casa, dove incontri la vicina, parli della scuola del figlio, organizzi la petizione di quartiere per il parcheggio che non c'è. Si chiama negozio di vicinato anche per questo: i contatti sono più facili e per andare a comprare la frutta, la verdura, la carne, il pesce, il pane o il latte basta una passeggiata in cui capita spesso di vedere chi abita nei dintorni.
E i vestiti, le scarpe, i casalinghi? Ormai sono in tanti a preferire i centri commerciali al di fuori dei confini della città, quei grandi concentrati di prodotti allineati tutti insieme, ai «centri commerciali naturali», le storiche vie dello shopping nate come funghi nel centro della città e nelle strade fertili di periferia. Attività che hanno bisogno di sostegno per lo sviluppo e l'innovazione, così da reggere alla sfida con i big.
È il rischio di desertificazione delle città, con tutte le conseguenze sociali e di sicurezza che comporta: meno luci accese e meno persone per strada. Per combatterlo arriva la moratoria della giunta Maroni sui centri commerciali. Sei mesi senza nuovi iper, dal momento che i centri commerciali in Lombardia sono 485. L'esecutivo regionale ha già approvato la norma, che adesso arriva in consiglio.
L'assessore al Commercio, Giulio Cavalli, lancia un appello perché il progetto di legge ottenga al più presto un via libera in aula: «Vogliamo instaurare un corretto equilibrio tra piccole e grandi strutture di vendita - spiega in occasione del bilancio sui cento giorni del suo assessorato -, fermando il consumo di suolo e valorizzando i negozi di vicinato e quei centri commerciali naturali che sono i nuclei storici delle città». Cavalli si dice sicuro che la battaglia via Tar della grande distribuzione non avrà la meglio: «È un progetto di legge soppesato con cura che reggerà alla prova dei fatti, in Veneto provvedimenti simili sono stati contestati e noi abbiamo utilizzato il tempo che ci è stato dato per rendere la norma stabile e attenta alle istanze di tutti».
«Una decisione saggia» la definisce Renato Borghi, vicepresidente vicario di Confcommercio Lombardia, che ricorda il perdurare della drammatica crisi dei consumi: «Dopo il -4,6% del 2012 vi è l'ulteriore previsione, per quest'anno, di un calo dei consumi del 3%. Da parte nostra riteniamo che la priorità sia quella di dare sostegno – favorendone sviluppo e innovazione - al commercio di vicinato ed ai centri commerciali naturali quale fonte di servizio di prossimità, di qualità, di relazione sociale, di contributo alla tradizione e all'identità dei nostri centri urbani».
I negozi che nascono sono stati abbondantemente superati da quelli che muoiono. Un trend preoccupante confermato dai dati forniti dall'associazione dei commercianti. Nel 2002 il saldo negativo è di -2120 negozi in Lombardia. Nella sola Milano, in un anno, si sono persi 471 negozi al dettaglio. Numeri che fanno riflettere.

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